PE’ NOMMU NDI SCORDAMU (PER NON DIMENTICARCI)
I versi sono del poeta calabrese Mimmo STALTARI
La musica è stata composta dal M° aquilano Camillo BERARDI
Sono allegati il testo in vernacolo calabrese, la traduzione in lingua, lo spartito musicale, una nota di commento ed il file audio.
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IL TESTO
PE’ NOMMU NDI SCORDAMU (canto calabrese)
Versi di Mimmo STALTARI, Musica di Camillo BERARDI
Chi grida ‘u ventu frischjandu ‘stamatina
chi nova ndi porta, ‘na musica tristi,
‘nu jelu mpetratu, nto cori ‘na botta!
‘U telegiornali spingulija quasi tutti l’uri,
minutu pe’ minutu ‘i ricchji tisi, ‘nu silenziu mutu.
“L’Aquila ferita, sparata nta ‘llali no’ vola,
no’ canta, catti du celu com’a’ mmari ‘na vela”.
A terra, accasciata, ferma com’a’ campana da Chjesa,
muta cerca ‘a carità cu ‘na preghiera muta.
Ntall’occhi l’urtimu volu, l’urtimu cantu liberu,
muta com’e’ porti di casi aundi nullu trasi.
Nu gattu scava ‘na terra ferita, cerca ‘na gurna
‘na traccia perduta, ‘na vita no’ cchiù vita.
Quantu parra ‘u silenziu ‘stanotti, paroli asciutti
labbra muzzicati diventaru ‘sti sonni distrutti.
‘U gallu canta all’alba, sgravandu ‘natta jornata
ca’ stessa litania di lagrimi e di lutti:
“L’omu cu’ sulu taju no’ poti fari pilastri
L’omu chi simina gramigna no’ ricogghi frutti.”
Tu, crucifissu, ‘mpendutu ‘o stessu postu < < guardi >>.
‘Nu mulinu chi macina ‘u cervellu, nu falò ‘i milli fochi
ma sulu tu, tu sulu, ‘sta curuna ‘i sudura asciuchi!
Tu mi parri ed eu ti sentu a occhi chjusi,
Tu, chi senza nulla chjàvi ‘stu cori meu < < lapri >>.
PER NON DIMENTICARCI (traduzione in lingua)
Versi di Mimmo STALTARI, Musica di Camillo BERARDI
Cosa grida il vento fischiando stamattina, / quale nuova ci porta, una musica triste, / un gelo impietrito, un tonfo al cuore. / Il telegiornale punzecchia quasi in tutte le ore, / minuto per minuto, le orecchie tese, un silenzio muto. / “L’Aquila ferita, colpita nelle ali più non vola, / non canta, è caduta dal cielo come in mare una vela. A terra, accasciata, ferma come la campana della Chiesa, / muta cerca la carità, con una preghiera muta. / Negli occhi l’ultimo volo, l’ultimo canto libero, / muta come le porte delle case dove non entra più nessuno. / Un gatto scava una terra ferita, cerca una pozzanghera, / una traccia perduta, / una vita non più vita. / Quanto è loquace il silenzio stanotte, parole asciutte / labbra morsicate diventate sogni distrutti./ Il gallo canta all’alba, partorendo un altro giorno / con la stessa litania di lacrime e di lutti: / “L’uomo con il solo fango non può costruire pilastri / l’uomo che semina gramigna non raccoglie frutti”./ Tu, crocifisso appeso allo stesso posto < < guardi >> / un mulino che macina il cervello, un falò di mille fuochi / ma solo tu, tu solo, questa corona di sudore asciughi! / Tu mi parli ed io ti ascolto ad occhi chiusi, / Tu, che senza alcuna chiave questo mio cuore.
NOTA DI COMMENTO
Questa lirica vuole ricordare la tragedia del terremoto che nel 2009 ha colpito duramente L’Aquila, lasciando nella città ferite profonde e dolorosi interrogativi su colpe, inefficienze e responsabilità.
L’autore, poeta calabrese che vive in una cittadina, Locri, dalla realtà per altri versi difficile, sente tutto il dolore per la notizia, diffusa in modo insistito e martellante dai media, della città distrutta dal sisma, notizia anticipata dall’inquieta voce del vento, che gela il cuore, nu jelu mpetratu, nto cori ‘na botta!
L’Aquila più non vola, è caduta dal cielo. E con efficaci similitudini (catti du celu com’a’mmari na vela; è caduta dal cielo come in mare una vela; com’a’campana da Chjesa, come la campana della Chiesa…;.) il poeta s’immerge in questa tragedia, raffigurandola con immagini plastiche e vibranti: muta come le porte delle case dove non entra più nessuno…; … una traccia perduta, / una vita non più vita…
Intensa è, nei versi successivi, l’evocazione del silenzio, in un paesaggio di dolente desolazione: muta cerca la carità… con una preghiera muta… Quanto è loquace il silenzio stanotte…labbra morsicate…
Su di esso il poeta insiste con un crescendo di espressioni che fanno sentire, assieme al silenzio, tutto il clima di dolore e di lutto.
Negli ultimi versi la poesia si fa preghiera. Dopo aver ricordato che l’uomo, non la Natura, è responsabile di tali tragedie (“L’omu cu’ sulu taju no’ poti fari pilastri / L’omu chi simina gramigna no’ ricogghi frutti.”) l’autore indica nella fede in Dio e nella figura di Cristo crocifisso il solo possibile conforto al senso di impotenza e di pena che viene da tale distruzione. … ma sulu tu, tu sulu, ‘sta curuna ‘i sudura asciuchi!; ma solo tu, tu solo, questa corona di sudore asciughi!
E con l’immagine pittorica di un Gesù che parla e di un io poetante che ad occhi chiusi lo ascolta, di un Cristo capace di entrare nei cuori senza nulla chjàvi, senza alcuna chiave, la poesia si conclude, lasciando una profonda traccia emozionale, intrisa com’è di accorata partecipazione sociale, di empatica immersione nelle piaghe di una città ferita, di profonda meditazione e di un forte afflato spirituale e religioso che affida la sofferenza – e la salvezza – al mistero della Croce.
La poesia è stata musicata da Camillo Berardi, compositore aquilano, già autore di altre suadenti musiche su testi poetici commemorativi del terremoto in Abruzzo, che ne ha fatto una commovente canzone.
Berardi ha costruito per questi versi una tessitura melodica di intenso struggimento, dove si coglie tutta la carica dolente del messaggio poetico e dove echeggiano toni intensi e malinconici, lenti e solenni. Essi, nella seconda parte della composizione, lasciano il posto ad una cantabilità più vivida, come di inno liturgico, che, con una stringente cadenza, crea un’aura più confortata e distesa, più compiutamente aperta alla speranza.
Mario Mastrangelo






















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