
di Michela Mazzali, La Stampa – L’eccellenza del made in Italy questa volta parla la lingua della ricerca naturalistica e delle aree protette. E ci racconta un’altra storia di successo che fa tornare il sorriso a tutti, in particolare agli amanti degli animali.
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Dopo i lupi, passati, in Abruzzo, da meno di 100 esemplari negli anni 70, agli oltre 1000 attuali è ora la volta del camoscio appenninico (Rupicapra pyrenaica ornata) passato dai 30 esemplari dagli inizi del ‘900 agli oltre 2000 attuali. Già, quello che è unanimemente definito dagli zoologi “ il camoscio più bello del mondo”, e che non va confuso con il più diffuso camoscio alpino (Rupicapra rupicapra), è tornato a correre e a inerpicarsi tra le rocce delle montagne appenniniche, a dispetto di chi lo dava per spacciato. E, soprattutto in questo periodo di primavera/estate, non fa che moltiplicarsi. Basta fare una camminata sui sentieri del massiccio della Majella per riuscire a vederne in un solo giorno diverse decine, tra cui moltissimi piccoli con un mese di vita o poco più che giocano tra loro divertendosi come pazzi. |
Questa bella storia rappresenta non solo un caso di successo per le politiche di conservazione di una specie a rischio, ma è legata strettamente all’istituzione delle aree protette e alla capacità di queste di fare rete sviluppando attività di conservazione di animali così vulnerabili. Insomma – spiega Franco Iezzi, Presidente del Parco della Majella – se non ci fossero stati i Parchi dell’Appennino con tutta probabilità il camoscio non sarebbe sopravvissuto”. E’ stato infatti il Parco Nazionale della Majella, insieme a Legambiente e a tutti i parchi dell’Appennino (Parco Nazionale d’Abruzzo Lazio e Molise, Parco Nazionale dei Monti Sibillini, Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga, Parco Regionale Sirente Velino) a promuovere il progetto Life “Coornata”, dell’Unione Europea.
Proprio a chiusura del progetto europeo è stato organizzato un convegno internazionale che si è da poco concluso e che ha riunito, ai piedi del massiccio della Majella, oltre 200 studiosi provenienti da 11 paesi europei nonché dalla Georgia e dalla Turchia. “Il bilancio”, spiega Franco Mari, project manager del Life Coornata, “è davvero sorprendente. Non solo i risultati del nostro progetto ci parlano di una specie che nei Parchi dell’Appennino Centrale gode di ottima salute e può ormai contare su oltre 2000 esemplari, ma per la prima volta tutti gli studiosi che ospitano sul loro territorio sottospecie di camoscio si sono incontrati per scambiare la loro esperienza, come affrontare le problematiche legate alla gestione e alla conservazione della specie. Per la comunità scientifica è stato un momento importantissimo”.
“Il Life Coornata”, commenta Antonio Nicoletti, responsabile aree protette di Legambiente, “è stato particolarmente importante perché per la prima volta le attività di conservazione sono state sviluppate congiuntamente e condotte in forma coordinata da tutti i parchi dell’Appennino centrale interessati dalla presenza, anche potenziale, del camoscio appenninico. Proteggere questo importante animale, significa conservare in buona salute anche il suo habitat con conseguenti ricadute positive a cascata su altre specie presenti, animali o vegetali che siano.”
Il progetto può anche essere considerato un caso esemplare di successo della ricerca made in Italy all’interno dei Parchi, perché sono state sperimentate alcune tecniche di cattura e rilascio, totalmente innovative e mai usate prima su questa specie: le box trap e le up-net. Si tratta di dispositivi per catture “collettive” degli esemplari, che hanno il vantaggio, rispetto alla teleanestesia di singoli individui, di trasferire un certo numero di animali simultaneamente, una condizione assai favorevole per il trasferimento in nuove aree di animali che vivono in gruppo.
























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