Che danni fa un terremoto di magnitudo 6,0 quando l’edilizia è antisismica? Si pensa al Giappone, ma è sufficiente guardare gli edifici antisismici colpiti dal terremoto nell’Italia centrale: i danni sono irrilevanti. Ma la questione è economica e culturale.
di Gianluca Dotti, da wired.it – Lo sciame sismico che dalle prime ore del 24 agosto ha interessato il centro Italia – devastando le città di Amatrice, Accumoli e Pescara del Tronto – ha raggiunto una magnitudo massima di 6,0 nella scala Richter. L’energia liberata dal terremoto è stata paragonabile a quella delle scosse che nel 2009 hanno colpito L’Aquila e che nel 2012 hanno interessato l’Emilia. I centri abitati colpiti dal sisma non hanno retto alla forza del terremoto, tanto che fin da subito si è parlato di intere aree rase al suolo, con crolli in oltre il 70% degli edifici abitati.
Ma non deve per forza finire sempre così. In altri Paesi a elevata sismicità l’edilizia antisismica è già una realtà consolidata, e scosse della stessa magnitudo o anche più intense non provocano tali danni.
In Giappone dal 2012 a oggi sono stati registrati 5 terremoti di magnitudo superiore a 6 (di cui 3 oltre il settimo grado), ma hanno perso la vita in tutto meno di una cinquantina di persone.
Una delle ultime scosse intense – registrata il 16 maggio scorso con magnitudo 5,6 nell’area di Tokio – ha causato solo la temporanea chiusura per precauzione della metropolitana e delle centrali nucleari, ma in sostanza non ha causato alcun danno agli edifici.
Gli ingegneri spiegano che il merito è di una serie di accorgimenti tecnici come per esempio gli isolatori antisismici, capaci di separare dal terreno gli edifici partendo dalla base. Ma anche di pilastri rinforzati con fibra di carbonio per prevenire le fratture, di ammortizzatori (dissipatori) tra i piani, di leghe d’acciaio elastico e dell’uso di un’architrave mobile per porte e finestre.
E anche nel caso degli edifici più vecchi si cerca di sopperire prevedendo check-up strutturali gratuiti, con esercitazioni, sistemi di allarme, kit di sopravvivenza e impiego – ovunque possibile – di materiali elastici in grado di assorbire le onde d’urto.
Le conoscenze tecniche non mancano nemmeno nel nostro Paese, tanto che anche nei centri abitati colpiti dal sisma di ieri gli edifici costruiti con criteri antisismici hanno riportato solo danni superficiali (a parte il caso della scuola costruita nel 2012, su cui è stata aperta un’indagine). Le case storiche invece sono crollate, sia perché vecchissime ma soprattutto perché sono state costruite per lo più in modo artigianale e per scopi puramente rurali, per poi essere in seguito riadattate come abitazioni. Il tutto però senza tenere conto dei criteri antisismici, e purtroppo in molti casi le immagini dei crolli hanno mostrato come i muri delle case fossero fatti di sassi.
È pur vero che per creare un confronto quantitativo efficace tra eventi sismici diversi andrebbero considerate – oltre alla magnitudo – anche la morfologia e le caratteristiche geologiche del terreno, così come la profondità alla quale si è verificato il terremoto. Purtroppo nel caso del 24 agosto l’ipocentro si trovava a soli 4 chilometri di profondità: ciò ha causato effetti molto più devastanti rispetto a quelli di altri terremoti di pari magnitudo ma generati più in profondità nel sottosuolo.
Il paragone tra la realtà giapponese (o anche californiana) e quella italiana non è del tutto efficace anche per altri motivi. Dimenticheremmo la storia del nostro Paese, ricco di borghi che vantano secoli di vita e non possono certo essere rasi al suolo in blocco solo per la possibilità che si verifichi un terremoto. Ma la politica antisismica non può consistere nel vivere in un edificio poco sicuro sperando che le scosse siano finite per sempre, perché in un territorio pieno di faglie come il nostro gli eventi sismici non sono una possibilità, ma una certezza. Statistiche alla mano, sulla dorsale appenninica si verifica un forte terremoto a intervalli di 4 o 5 anni.
Eppure secondo una ricerca dell’Enea dello scorso gennaio, l’Italia è tra i leader a livello mondiale per numero di strutture protette da sistemi antisismici e per meccanismi antisismici a tutela del patrimonio culturale (che interessano oltre 400 edifici storici). Si tratta di una profonda spinta al cambiamento arrivata soprattutto negli ultimi anni, a partire dal terremoto in Abruzzo nel 2009.
Dati alla mano, però, in Italia le costruzioni che rispettano i più stringenti criteri antisismici arrivano solo dopo un terremoto devastante. Oltre all’Aquila, l’esempio delle buone pratiche per l’area del sisma del 24 agosto è Norcia, dove dopo il terremoto del 1979 sono stati condotti interventi strutturali su molti edifici, e infatti lo sciame sismico ha provocato solo danni irrilevanti.
La questione, oltre che storica e culturale, è economica. Come emerso da un’inchiesta condotta lo scorso marzo dalla Bbc, oggi l’umanità possiede le tecnologie per trasformare qualsiasi città in un ambiente a prova di terremoto. Il punto è che le scosse sono eventi rari e sporadici. Spesso anche in un territorio fortemente sismico non si ha la percezione che sia una priorità e si focalizza l’attenzione su problemi più imminenti. D’altronde, non è facile convincersi a iniziare un investimento così oneroso (e a carico dei privati?) quando si sa che i soldi spesi non verranno mai recuperati.
Gianluca Dotti
Giornalista scientifico
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