
Sono città sempre più invisibili quelle del centro Italia colpite dal terremoto. Sono città che ricordano quelle di Italo Calvino, città fragili, città mobili. Alcune senza più volto, altre senza più abitanti, altre ancora dimezzate. Tutte sono colpite, dolenti, incapaci di capire se e quando ritroveranno l’equilibrio che hanno perso.
Il giornale “La Stampa” ne ha visitate dieci, fra cui Campotosto, entrando con nove sindaci nei simboli dei borghi finiti, i palazzi comunali devastati dalle scosse ormai inagibili, nelle stanze che molti di loro hanno frequentato per oltre dieci anni e che chissà fra quanto tempo vedranno di nuovo entrare un primo cittadino e riunirsi un consiglio comunale.
Campotosto si trova in Abruzzo, nel parco Nazionale del Gran Sasso. Ha il triste primato di essere entrata in tutti i peggiori epicentri degli ultimi terremoti italiani, da L’Aquila a Amatrice, fino ad avere un suo personale epicentro il 18 gennaio.
Il municipio si trova all’ingresso del paese. Su un fianco qualcuno ha scritto molti mesi fa con la vernice rossa «la città muta». E muta è ancora oggi, Campotosto dove sono rimaste circa 60 persone sui 300 residenti effettivi.
La porta del comune si apre senza difficoltà. Sono entrati molte volte i funzionari per prelevare i fascicoli necessari a far andare avanti l’attività del Comune. Non sono entrati gli addetti alla messa in sicurezza: le pareti, il pavimento, gli intonaci hanno i segni della devastazione causata dal terremoto di un anno fa, la scossa che fece crollare la valanga sull’hotel di Rigopiano e seppellì sotto metri e metri di neve e silenzio anche Campotosto.
Quando la neve si sciolse il disastro fu evidente a tutti: nove case su 10 erano crollate. «Abbiamo perso il comune, le chiese e gran parte della popolazione. Campotosto non c’era più”, racconta Ercole Di Girolami, ex sindaco e oggi consigliere di maggioranza ma soprattutto colonna del paese. E non c’è ancora nemmeno dopo dodici mesi: sono state chieste circa 50 Sae – le Soluzioni abitative d’emergenza – ma non sono partiti ancora nemmeno i lavori di urbanizzazione delle aree. E si inizia ora a rimuovere le prime macerie.
“Il futuro? Qui deve rinascere tutto. Speriamo che gli architetti vogliano venire a studiare il nostro borgo e a inventare come possiamo farlo rinascere».
Articolo tratta da “LaStampa.it (28/01/2018)”
























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