LA LEGGE ANTISISMICA CHE VALE IN TUTTA ITALIA, TRANNE CHE A L’AQUILA

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Si può ricostruire una città terremotata in deroga alle norme anti-sismiche? In Italia, a L’Aquila, si fa. Lo Stato finanzia la ristrutturazione delle case danneggiate dalla scossa di due anni fa, ma non applica in pieno i nuovi parametri di sicurezza approvati nel 2008, congelati per un anno, tirati fuori dai cassetti in fretta e furia dopo il terremoto abruzzese, infine entrati in vigore nel 2010. In vigore in tutta Italia, ma non a L’Aquila.

Il governo ha infatti stabilito una deroga proprio per la zona terremotata: ci si adegua ai criteri anti-sismici in una percentuale compresa tra il 60 e l’80 per cento. La denuncia è contenuta in un documento depositato dal Consiglio nazionale degli ingegneri alla commissione Ambiente della Camera. «Si tratta di una cosa incivile, assurda, insensata», protesta Giuseppe Zia, rappresentante degli ingegneri. «Una follia», insiste Elisabetta Zamparutti, deputata radicale che propone «un urgente intervento legislativo per passare dalla gestione emergenziale a un governo democratico della ricostruzione».

Il documento degli ingegneri è eloquente. Con diverse ordinanze, il Commissario straordinario alla ricostruzione ha disciplinato il miglioramento anti-sismico per gli edifici classificati «E», quelli maggiormente danneggiati. Se si demolisce e ricostruisce da capo, l’adeguamento anti-sismico va fatto al 100 per cento, dunque al massimo livello. Se si sceglie di «riparare» l’edificio, scatta la deroga: l’edificio deve essere messo in sicurezza, ma soltanto un po’. «Differenza insensata», spiegano gli ingegneri, «se un edifico è tra i più danneggiati, lo metto a posto così? Come può lo Stato, per risparmiare, consentire che i terremotati ristrutturino le case più danneggiate rendendole mezze bare?».

Non solo. Secondo il documento depositato in Parlamento, ci sono «forti vincoli economici e propensioni a un orientamento favorevole al minimo superamento del 60%». Tradotto: ai terremotati «conviene» scegliere l’adeguamento anti-sismico minimo (quello che costa meno allo Stato) per vedersi approvato il progetto presto e senza intoppi.

Gli ingegneri sono stati ascoltati dalla commissione che sta elaborando una legge per la ricostruzione delle zone abruzzesi terremotate (dopo due anni, una legge ancora non c’è nonostante decine di migliaia di firme raccolte). In quella sede hanno spiegato che «il miglioramento sismico al 100 per cento costituisce un’indicazione di civiltà», auspicando che la futura legge lo ripristini. Anche perché «le accelerazioni del sisma aquilano hanno avuto soglie elevatissime. Si pensi che le norme attuali prevedono per le zone del sisma del 2009 accelerazioni di circa la metà di quelle registrate in alcune zone dell’Aquila. Pertanto una limitazione al massimo all’80 per cento del miglioramento sismico non rappresenta condizioni di sicurezza certe neppure in base alla norma vigente».

Il Commissariato alla ricostruzione conferma la deroga e la motiva così: «La possibilità di demolire e ricostruire è una novità di questo terremoto. Sugli edifici esistenti, ci si accontenta di un livello che è comunque per lo meno il doppio di quello di partenza e che noi consideriamo sufficiente anche per il futuro. L’adeguamento al 100 per cento potrebbe diventare antieconomico per lo Stato».

(da La Stampa)