DAL RASSICURAZIONISMO ALL’ALLARMISMO? ANALSI DI UNA BIOPOLITICA DEL PANICO

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panic_in_the_streetdi Antonello Ciccozzi – Come consulente  tecnico per l’accusa al processo alla Commissione Grandi Rischi non posso esimermi da alcune considerazioni sulle scelte di comunicazione del rischio praticate, subito dopo la sentenza di condanna degli esperti, rispetto alla sequenza sismica nella Garfagnana del gennaio 2013. Questo a partire dall’idea che l’approccio a certe questioni debba essere ancora migliorato, da un punto di vista prima di tutto metodologico e quindi comunicativo. Se, parlando di terremoti, l’analisi del rischio è una questione che riguarda prevalentemente l’ambito sismologico e del calcolo delle probabilità, la comunicazione del rischio dovrebbe prevedere competenze specifiche, di tipo semiotico e culturale, in quanto i destinatari di queste informazioni sono le comunità, in quanto va compreso come queste informazioni si diffondono e si propagano, quale senso assumono nella cultura antropologica dei luoghi interessati. 

Dopo la sentenza che condanna dei membri della Commissione Grandi Rischi per aver rassicurato la popolazione aquilana, senza fondamento scientifico e con esiti disastrosi, prima del terremoto che devastò la città il 6 aprile 2009, iniziano ad assumere ampio risalto mediatico dispacci delle istituzioni preposte alla prevenzione del rischio che rivelano un tono radicalmente mutato: allarmano circa la possibilità di terremoti. In verità qualcosa era già cambiato dall’inizio del processo, ma ora se ne fa sfoggio mediatico, se ne fa notizia da prima pagina. Un segnale di cambiamento positivo verso una cultura della prevenzione? Fino a un certo punto.

Riflettendo su come la gente percepisce la comunicazione del rischio, bisogna osservare che il dispaccio della Protezione Civile in questione – “potrebbero avvenire altre scosse” – manca del tutto di una stima percentuale circa la possibilità che si realizzi un evento calamitoso: parla genericamente di possibilità di terremoto, ma così facendo produce una comunicazione allarmista. Una comunicazione del rischio generica, senza quantificatori, finisce con l’ingenerare allarmismo: se si comunica solo “potrebbero avvenire altre scosse” si trasmette una vaghezza che tende ad essere percepita dalla gente come eventualità, come “terremoto!”. Se il “potrebbero” non si quantifica, non si fissa in un range di possibilità (che riguarda prima di tutto una percentuale di occorrenza rispetto a una magnitudo di riferimento, in un luogo, in un tempo, con un indice di incremento rispetto ai tempi normali, con un indice di approssimazione) quel condizionale, privo di indice di probabilità, si trasforma, nella prassi comunicativa, un indicativo binario.

Va notato che l’autore della nota che l’INGV ha trasmesso la nota alla Protezione Civile ha dichiarato che l’informazione sul rischio comunicata ha avuto un effetto dirompente sulla popolazione. Questo effetto di amplificazione della percezione del rischio avviene proprio dal momento in cui la previsione è vaga, manca di un indice di probabilità che la fissa, impedendo interpretazioni. Rassicurare, così come allarmare sono due atteggiamenti che la scienza della prevenzione dei terremoti non si può permettere di praticare se vuole rimanere scienza: l’unica strada possibile è quella di allertare, ossia chiarire quanto pericolo c’è in termini di indici probabilità trasparenti e inequivocabili. Fare previsione probabilistica dei terremoti, l’unica scientificamente fondata trattandosi di fenomeni stocastici, vuol dire esplicitare indici percentuali di rischio, e non aggiungere nulla a tali indici. E’ inutile e dannoso comunicare il rischio senza comprendere come questo viene percepito dalle popolazioni e tradotto in elementi di senso comune dalla cultura antropologica degli abitanti.

Detto questo, dato che credo poco alle coincidenze, mi viene un dubbio rispetto alle circostanze di questa comunicazione. Prima di andare avanti voglio considerare due punti:
1) in Italia si verificano una grande quantità di sequenze microsismiche (erroneamente denominate “sciami” già prima della loro conclusione) e solo una minima parte di queste culminano in un evento disastroso.
2) la sentenza di appello per i condannati della Commissione Grandi Rischi ci sarà tra circa un anno.

Se in questo periodo si seguiterà ad usare questo dispositivo che ribalta quella che fu una comunicazione grettamente rassicurazionista, in un bombardamento grettamente allarmistico che ingenera panico, psicosi collettiva, si arriverà indirettamente e, soprattutto, scorrettamente, a minare il valore della sentenza di primo grado. Questo può essere un modo per diluire, per sofisticare l’errore mortale di aver scambiato per una pecora un lupo che ringhiava da mesi, sbilanciandolo con l’algebricamente opposto errore del cominciare a gridare istericamente e ossessivamente “al lupo al lupo!” alla prima occasione.

In tal senso sospetto che il binarismo “terremoto/non-terremoto”, che, ripeto, è pervertimento di una comunicazione scientifica che per essere concretamente probabilistica si dovrebbe limitare a fornire trasparentemente indici percentuali e non fumose profezie sibilline di terremoto (o di non-terremoto, come avvenne all’Aquila), sottenda un binarismo ideologico in cui si cerca, diluendo un errore nell’errore opposto, di ribaltare una sentenza di colpevolezza. È per questo che penso che in questa strategia, intenzionale o meno che sia, è di fatto insita una biopolitica del panico che si risolve in un atto di terrorismo tecno-mediatico, di sabotaggio nei confronti della sentenza. Questa è solo un’ipotesi, ma non prenderla in considerazione sarebbe una scorciatoia ideologica. L’unica certezza è che la scienza è trasparente, la magia è sibillina.

Proprio mentre finisco di scrivere apprendo dalla stampa che Franco Gabrielli, il capo della Protezione Civile, sta usando il panico della Garfagnana per gettare discredito sulla sentenza dell’Aquila.

Antonello Ciccozzi

http://lacittanascosta.blogspot.it/2013/02/dal-rassicurazionismo-allallarmismo.html