23 SETTEMBRE, FUCILATI I NOVE MARTIRI AQUILANI. LA LORO STORIA

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Una citta’ e un popolo che dimenticano, o volutamente ignorano, commetteranno prima o poi gli stessi errori del passato.

Alcuni decenni orsono, il coraggio di osare non si pagava con una figuraccia o la semplice indifferenza.

Anteo Alleva, Pio Bertolini, Francesco Colaiuda, Fernando Della Torre, Bernardino Di Mario, Bruno D’Inzillo, Carmine Mancini, Sante Marchetti e Giorgio Scimia.


Corrado Colacito scrive nel volume: “I Martiri Aquilani del 23 settembre 1943
… Non si mossero, quei “ragazzi”, perché volessero sfidare un immortale destino; essi volevano una cosa molto più semplice ed umana: volevano evitare la vergogna e l’umiliazione di essere schiavi dei nuovi dominatori, che, tracotanti e baldanzosi, calpestavano il suolo della patria, il suolo abruzzese, il suolo aquilano.
E non si batterono come eroi ma come “ragazzi”; però non v’erano molti “ragazzi” come loro in tutta la penisola, durante quel triste frangente. Andarono, essi, incontro alla Liberta’, e incontrarono invece la morte sul loro cammino. I Nove Martiri Aquilani sono e saranno sempre degni di compianto e di onore.”


Quanto segue deriva da una prima ricerca storica sui Nove Martiri, elaborata e scritta molti anni orsono dal prof. Corrado Colacito, ripubblicata qualche anno fa dall’editrice Textus allora curata da Carlo De Matteis:

Appena dopo l’8 settembre 1943 e l’occupazione della nostra zona da parte delle truppe tedesche, cominciarono ad avvertirsi aneliti di liberta’ in molti giovani, che si organizzarono in piccoli gruppi allo scopo di sottrarsi ai rastrellamenti non semplicemente nascondendosi, ma mettendo in atto azioni contrarie ai reparti nemici.
Uno di questi gruppi, composta da una quarantina di giovani aquilani, si procurò delle armi e lasciò la citta’ con l’intento, così pare, di raggiungere i militari italiani arroccatisi a Bosco Martese, nel Teramano. Si trattava di giovani coraggiosi, euforici, forse anche ingenuamente convinti di poter affrontare la guerra da soli, sottovalutando le potenzialita’ del ben collaudato contingente tedesco.

Si e’ sempre sostenuto che fu il colonnello Gaetano D’Inzillo a spingere il figlio Bruno a prendere le armi con i suoi compagni e ad andare alla macchia. Altri sostengono tuttavia che lo stesso colonnello fu spinto dal figlio, infervoratosi alla lotta anti-tedesca, a procurare le armi per lui e per il gruppo dei suoi amici.
Sta di fatto, che a differenza di tanti coetanei che preferirono solo nascondersi, quei ragazzi andarono in montagna con le armi in mano.

Testimoni che li videro transitare per via delle Spighe verso la Fontana Luminosa, affermano che avevano volti spaventati, e che alcuni piangevano, e le loro mamme con loro. E riferiscono anche che gli abitanti del quartiere li protessero, stando di guardia nei dintorni per segnalare eventuali presenze di fascisti o tedeschi. Non erano rari, infatti, episodi di delazioni, anche fra intimi o amici, con conseguenze tragiche per mano tedesca, il che imponeva di essere veramente cauti nell’agire o anche nell’esprimere le proprie opinioni.

Gli abitanti di Collebrincioni, un piccolo centro alle falde del Gran Sasso, ricordano l’arrivo di questi giovani che si mostravano euforici ed esaltati forse solo per darsi reciprocamente coraggio.
Purtroppo, alcuni irriducibili sostenitori del vecchio regime avvisarono i tedeschi della loro presenza e la sera stessa della loro partenza, il 22 settembre, li guidarono in paese fino al loro rifugio, nel bosco sopra al cimitero, nascondendosi in un casolare sino al termine dell’operazione di rastrellamento.

Esperti paracadutisti tedeschi circondarono la zona con un serrato cordone di uomini; in questo modo poterono letteralmente intrappolare il gruppo di giovani, insieme con alcuni prigionieri inglesi fuggiti in precedenza dal campo delle Casermette.
Un certo numero di loro venne tuttavia “graziato” poiché non oppose resistenza né imbracciava armi all’atto della cattura : costoro furono infatti condotti presso il Grande Albergo dell’Aquila, dove non ebbero da sopportare nulla più di un ammonimento verbale.

Ma altri nove, presi con le armi in pugno, la mattina del 23 settembre vennero invece subito condotti presso le Casermette dell’Aquila, costretti a scavare due grandi fosse e qui spietatamente fucilati.
A nulla valsero le suppliche dei familiari e neanche l’intervento dell’arcivescovo dell’Aquila Carlo Confalonieri, divenuto poi cardinale, riuscì a salvare quelle giovani vite.

Inoltre, poiché i comandi preferirono non divulgare la notizia dell’avvenuta esecuzione, in citta’ si ignorò a lungo la sorte toccata ai giovani : alcuni sospettavano che fossero stati fucilati, altri invece pensavano che fossero stati trasferiti in Germania. Quasi quotidianamente vi erano persone che raccontavano di aver visto alcuni dei ragazzi da qualche parte, o addirittura che qualcuno di essi avesse scritto una cartolina a casa; ma per lo più erano notizie fatte circolare dai fascisti repubblichini per nascondere la realta’ dei fatti e non suscitare lo sdegno dei cittadini.
Si dette credito a quelle voci rassicuranti perché nessuno voleva credere alla morte di quei ragazzi, e infatti quando dopo la Liberazione fu scoperta la verita’, il dolore fu lacerante, un dolore che si conserva ancora nella memoria della citta’ e che il tempo ha solo in parte lenito. Per una nostra intervistata “i nomi dei giovani e il loro ricordo sono cose sacre”.
Rinvenute il 13 giugno ’44 preso le Casermette, le salme dei Nove Martiri furono ricomposte presso la scuola elementare “De Amicis”, dove ricevettero l’omaggio di un vero pellegrinaggio cittadino, svoltosi tra un aspro odore di creolina.
Al passaggio del sobrio funerale, tutta la citta’ fu in ginocchio dinanzi alle bare portate a spalla dai coetanei dei caduti, mentre mesti canti venivano intonati dalla ricostruita centuria corale. Si trattò – sottolinea Alessandro Clementi – di un momento di commozione intensissima, di un prezioso momento unitario vissuto da una citta’ normalmente ritenuta apatica e cinica”.