VIDEO: CARAPELLE CALVISIO, TRA FERITE E SILENZIO

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testo e video di Franco Cagnoli Quando ad un aquilano si dice “Calascio” (o l’omonima Rocca), le prime associazioni che gli vengono in mente sono: Campo Imperatore; Santo Stefano Di Sessanio; Castel Del Monte.

Vivendo a Calascio ho imparato che in effetti, anche per i calascini (o “calasciotti”, come ci definiscono in maniera ironico-dispregiativa i campanilisti dei paesi limitrofi) il legame maggiore, se non a livello propriamente affettivo, quanto piuttosto relazionale-di vicinato, è sentito nei confronti dei due paesi sopraccitati.

Personalmente e alla faccia di ogni possibile campanilismo, pur apprezzando sicuramente quest’ultimi (ne faccio una questione artistico-territoriale più che umana), mi sono sempre sentito molto più attratto dal nostro vicinato immediatamente sottostante, anche prima di venire a vivere qui.

La strada più blasonata per venire a Calascio da L’Aquila è sempre stata quella che passa per Santo Stefano, mentre assai meno frequentata è quella che dal bivio di Castelnuovo (o da San Pio Delle Camere) sale in mezzo alla fitta pineta che porta alla Forchetta di san Leonardo, da cui si apre una veduta spettacolare sulla Rocca, Calascio, Castelvecchio e Carapelle Calvisio che dominano la verde e bassa valle del Tirino sottostante. Nonostante si allunghi di un paio di chilometri, posso dire di preferirla, e di non perdere occasione per percorrerla almeno una volta, specialmente al ritorno, nelle numerose sortite a L’Aquila. Quando passo il bivio di Carapelle ho sempre una piacevole sensazione di “armonia”, come se stessi viaggiando in un dipinto. Ma, soprattutto, arrivare a Calascio dal basso e ammirarlo in tutta la sua fierezza, è tutta un’altra cosa.

Al di là di come la si possa pensare, Castelvecchio e Carapelle rappresentano i nostri “affacci” naturali (specialmente il primo, poiché il secondo resta visibile solamente dalla Rocca e non dal paese, salvo in rari punti dello Scurlascione). Mi chiedo cosa sarebbe lo scenario del nostro belvedere senza Castelvecchio…senza quel presepe perfetto di piccoli tetti dominato dal Sirente. Trovo tragicamente comico e curioso, tra l’altro, che più di un calascino mi abbia confidato di non esserci mai stato (!!!).

Relazioni con Calascio a parte, Castelvecchio e Carapelle sono oggettivamente due gioielli…due patrimoni inestimabili dell’Abruzzo, oggi, nell’era del dopo terremoto, ridotti alle effettive “cenerentole” di questo territorio, a differenza di Santo Stefano, che nonostante danni importanti si regge su un consolidato turismo d’elite; di Castel Del Monte, che può vantare una forte autonomia visto il suo caratteristico isolamento geografico e, diciamola tutta, alla testa dura dei suoi abitanti (inteso come complimento); e a differenza anche nostra, che siamo stati miracolosamente graziati dal sisma, e che, nonostante una gestione del turismo ancora non ottimamente sviluppata rispetto al potenziale, rappresentiamo comunque una tappa importante verso Campo Imperatore, nonché un centro…un crocevia strategico tra tutti i paesi della zona.

Finisco nello stesso modo in cui ho cominciato. Quando ad un aquilano si dice “Carapelle Calvisio”, le prime associazioni che gli vengono in mente sono: la Gliura (nel caso in cui abbia una motocicletta); la festa messicana.

Ma c’è ben altro.

La Baronia di Carapelle dominava un tempo tutto il versante sud della catena del Gran Sasso. Lo testimonia anche ciò che resta di quelli che secoli fa erano splendidi palazzi. Il borgo, di origini romane, era già noto prima del terremoto per essere il secondo comune meno popolato d’Abruzzo, nonché uno dei meno popolati d’Italia. Oggi, vista l’azione spietata del sisma (di concerto con l’abbandono già di fatto esistente), Carapelle è ridotto ad un paese fantasma. Salvo m.a.p. e costruzioni più recenti, la vita dei pochi carapellesi rimasti si mantiene aggrappata esclusivamente ai dintorni della piazza. Tutto il resto…un patrimonio architettonico di inestimabile pregio e bellezza immerso in un paesaggio fiabesco, è distrutto, puntellato alla meglio o in stato di abbandono. Nonostante sia un aquilano di dentro le mura e conosca bene certe cose sulla mia pelle, sono rimasto impressionato nell’addentrarmi da solo in questa realtà, tra la malinconia provocatami dal pensiero di cosa potevano essere quegli archi e quelle viuzze nell’epoca di massimo splendore, e la rabbia…la rabbia provocata dall’impotenza di fronte a simili scenari…dall’assenza della politica che conta, che potrebbe fare la differenza, se solo lo volesse, molto più di quanto ci voglia mettere a credere; e anche dall’associazione, inevitabile, con la mia povera casa e il mio povero centro storico distrutti.

Nel frattempo la Natura agisce sorniona e spietata riprendendosi poco a poco ciò che le appartiene, o meglio, che le sembra non appartenere più all’uomo. L’abbaiare dei cani in lontananza e le gocce di neve disciolta sembrano enfatizzare maggiormente il silenzio, fino a farmi ronzare sonoramente le orecchie alla disperata ricerca di qualche segno di vita. Ma niente…

Questo video vuole essere una umile documentazione cruda e veristica di una realtà forte e tragica. Un atto d’amore…di denuncia per quanto possibile. Di sensibilizzazione in mancanza di altri poteri concreti che possano cambiare direttamente qualcosa.

Da aquilano di adozione calascina tendo fraternamente la mano ai carapellesi e ai castelvecchiesi, in barba ad ogni stupido ipotetico campanilismo, sognando un nuovo inizio. Il “terremoto dell’Aquila” non è solo L’Aquila…non è solo la mia casa o quella “dello studente”. È anche questo. E anche questa, in fondo, è parte di casa mia. Di casa nostra…della nostra storia.

Franco Cagnoli


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