LA ROCCA DI CALASCIO FRA I 15 CASTELLI PIU’ SUGGESTIVI AL MONDO: L’ANALISI DI UN CALASCINO “D’ADOZIONE”

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rocca_calascio8 luglio 2013, di FRANCO CAGNOLI – Dopo essere venuto a conoscenza della notizia che ha fatto il giro d’Abruzzo, ovvero che la prestigiosa rivista National Geographic ha pubblicato un articolo sui (secondo loro) quindici castelli più belli del mondo inserendovi la Rocca di Calascio, ho avuto la curiosità, inevitabile, di dare un’occhiata agli altri quattordici [ecco l’articolo del National Geographic, NdR].

A parte la sorpresa di aver visto inserito anche Castel del Monte (quello in Puglia, non il nostro bel vicino paesotto dalla popolazione notoriamente astemia :P), sono rimasto sbalordito dalla poderosità architettonica con cui, più o meno, tutti i castelli in questione sovrastano ampiamente la nostra piccola Rocca. Sì, perché per dimensioni, dettagli e ricchezza di mano d’opera, oggettivamente, c’è un abisso.

Evitando fraintendimenti su cui tra qualche riga, garantisco, non potrà tenere la minima malizia, la nostra “Rocchetta” impallidirebbe se, decontestualizzata dal proprio palcoscenico geografico, venisse confrontata come semplice opera architettonica con uno qualsiasi degli altri quattordici castelli più “belli” del mondo; costruzioni faraoniche, imponenti, ricche di particolari e di cui non puoi fare a meno di immaginare, ammirando le foto sull’articolo specifico, l’altrettanta, probabilissima (diciamo pure sicurissima), grandiosità degli interni.

E allora, “cosa mai potrà aver determinato la scelta di National Geographic di inserire la Rocca tra i quindici castelli più belli del mondo?”, si è chiesta ieri sera ad alta voce la mia compagna, calascina doc (questo rende più che mai legittima la domanda, conoscendo lei. Non la legittimerebbe affatto, invece, anzi la giustificherebbe tristemente, se la ponesse qualche altro calascino…più di uno, purtroppo, sempre conoscendoli).

Si pensi al Forte Spagnolo dell’Aquila; al Castello di Celano o a quello di Roccascalegna, per citare l’immediata concorrenza senza volersi troppo sforzare…quella all’interno dei confini d’Abruzzo, figuriamoci a livello mondiale! Tutti esempi di architetture ben più complesse ed imponenti. E allora, ripetendo la domanda: cosa mai potrà aver determinato la scelta di National Geographic di inserire la Rocca di Calascio tra i quindici castelli più belli del mondo? La risposta potrebbe essere parzialmente sviscerata dal concetto espresso poco sopra: contestualizzazione.

Sì, perché quando pensi ad un castello pensi alle fiabe, e nessun castello sarebbe tale senza il proprio contesto naturale; senza la magia dei paesaggi e degli elementi che lo circondano, che vi interagiscono nel conferire sensazioni grandiose a chi vi si trova davanti. Se l’architettura della Rocca di Calascio (che non sarebbe neanche correttissimo, per la verità, definire “castello”) risulta essere decisamente in secondo piano rispetto agli altri castelli, possiamo tranquillamente asserire che tutto ciò che la circonda inverta decisamente e bruscamente le proporzioni: sono gli altri contesti, con tutto il rispetto per loro, che impallidiscono.

Chi conosce ed ama con il cuore le montagne d’Abruzzo lo sa bene: la Rocca, spesso ridotta ad un contrafforte del Gran Sasso, è in realtà molto di più, ovvero, in senso letterale, il cuore delle montagne abruzzesi…di tutte. La costruzione funge letteralmente da perno tra tutti i massicci montani della regione: quello del Gran Sasso a nord; il gruppo Velino-Sirente a ovest e le selvagge montagne del Parco Nazionale d’Abruzzo a sud; la Majella ad est. Tutte, e dico tutte (Fa eccezione il solo Corno Piccolo, campanilista teramano per eccellenza, unica vetta a non mostrarsi) le principali vette di questi gruppi montuosi sono perfettamente visibili da lassù.

Chi se ne intende riconoscerà anche quelle di Intermesoli e Corvo, seppur ben mimetizzate tra le Malecoste. Una location incredibile, quindi, che ti scatena le sensazioni più nobili e disparate nell’anima a seconda del momento in cui ti ci vai a trovare; delle giornate; delle stagioni; dei giochi di luce e dell’atmosfera, unica ed irripetibile, che si va a creare in quel preciso istante…anche per le persone come me che ci capitano, come si suol dire, “un giorno sì e l’altro pure”.

Ma il discorso finisce qui? Direi proprio di no. C’è qualcosa di più esoterico…di più raffinato, che conferisce ulteriore grandezza alla Rocca di Calascio, e possiamo dire che in fondo al proprio cuore lo sappia ogni singola persona che abbia sinceramente conosciuto prima ed amato poi questa terra…l’Abruzzo.

È nella semplicità delle pietre; nello stato di quasi rudere; nel linguaggio architettonico crudo, per chiudere finalmente il cerchio, che esce paradossalmente fuori l’aspetto sublime di questa costruzione. Sì, la Rocca assomiglia tanto al lato migliore del cuore di ogni abruzzese: un capolavoro di povertà ed ingegno in un contesto tanto difficile quanto fatato…talvolta povero nel senso più convenzionale del termine, quanto ricco di atmosfera…di fascino arcaico che nasce dal selvaggio…dall’amore verso la propria terra, che per non abbandonarla preferisci restare e combattere piuttosto che emigrare verso mete dalla maggiore comodità, ma che mai potranno nutrire la tua anima di un cibo tanto prezioso, di cui solo i veri “patrioti” conoscono e sanno apprezzare la dolcezza.

È così: le pietre della Rocca e dei ruderi circostanti restano impregnate dell’anima e del sacrificio di coloro che l’hanno eretta e difesa affrontando briganti, temporali e avversità di ogni tipo. Tra i sussurri del vento riecheggiano sornione antiche storie di cavalieri e di pastori, e nella purezza dell’aria si respira l’essenza più nobile di ciò che è stato l’Abruzzo e di ciò che continua ad essere nonostante tutto, mentre la vista gode di una corona regale di monti tra i quali una popolazione cocciuta e nobile nel vero senso del termine ha impresso e continua ad imprimere, tra amore e difficoltà, la propria storia.

Non ci si abitua mai, e il turista che giunge qui per la prima volta, quasi sempre fa fatica a chiudere la bocca. Capitò anche a me una quindicina di anni fa, quando appoggiai per la prima volta la mia mano sulla pietra della Rocca baciata da un tiepido sole appena levatosi dal Monte Cappucciata. “Un giorno vivrò qui e mi prenderò cura di questo posto”, promisi a me stesso. E così è stato. Ma questa, è un’altra storia.

di Franco Cagnoli

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