9 giugno 2012 – Vecchi, vecchissimi, e per lo più a rischio sismico: è la fotografia degli ospedali italiani. Un buon numero di strutture sanitarie è infatti addirittura secolare. Basti pensare che il 15% è stato costruito prima del ‘900. E’ quanto emerge dalla tabella in possesso dell’Adnkronos Salute – fornita dalla Protezione Civile – in cui vengono classificati gli ospedali per anno di costruzione, dividendoli per regione e per periodo: da prima del 1800 fino ai giorni d’oggi.
Tra le strutture edificate prima del ‘900, ben 74 ospedali (9% del totale) risalgono addirittura a prima del 1800, in piena rivoluzione francese. Nel complesso, il 35% delle strutture è stato costruito prima della Seconda guerra mondiale e solo il 9% negli ultimi venti anni.
Insomma, ospedali vecchi, molti dei quali costruiti prima dell’avvento del cemento armato. “Gli edifici più datati – spiega Daniela Pedrini, presidente Siais (Società italiana dell’architettura e dell’ingegneria in sanità) – sono stati realizzati con le normative sismiche del tempo e oggi necessitano senza dubbio di adattamenti importanti per essere al passo con le nuove norme. Questo implica non solo l’adeguamento delle strutture, ma anche degli elementi non strettamente strutturali e degli impianti, così da garantire la piena funzionalità e sicurezza dell’intero complesso ospedaliero”.
A mettere in guardia dai rischi legati all’età è anche l’ingegnere Giuseppe Paradiso, responsabile tecnico aziendale della Gedi di Altamura (Bari), gruppo specializzato nell’edilizia ospedaliera.
Secondo l’esperto, gli ospedali più vecchi “sono da considerarsi tutti a rischio sismico. Il mancato utilizzo di cemento armato li rende infatti più fragili. Ma anche quelli per i quali è stato impiegato il cemento armato, costruiti prima del terremoto in Irpinia (1980), vanno comunque considerati a rischio. Le regole erano infatti pressoché inesistenti. Si costruiva senza pensare al territorio, a volte senza fare gli opportuni accorgimenti statici”.
Le cose sono ovviamente cambiate con l’inasprirsi delle regole e dei vincoli antisismici. “Negli ultimi 10 anni – spiega Paradiso – le norme in materia si sono fatte molto più stringenti. Oggi gli ospedali vengono costruiti utilizzando materiali più flessibili, come il ferro, capaci di resistere a pesanti sollecitazioni. Naturalmente con il passare degli anni si sono modificate anche le tecniche di costruzione”. Ma la strada da percorrere è ancora lunga. “Numerosi edifici costruiti di recente – il caso dei capannoni crollati in Emilia è emblematico – sembrano comunque non reggere l’urto di terremoti di un certo livello”, aggiunge l’ingegnere.
Regole più ferree, ma non solo. Per la Pedrini, “il problema è che le normative sono andate avanti, ma gli adeguamenti per la sicurezza, a causa delle scarse risorse, sono state fatte a macchia di leopardo. I fatti di cronaca di questi giorni devono riportare l’attenzione anche sull’importanza della figura dell’ingegnere ospedaliero, che è chiamato a rivestire un ruolo sempre più strategico e di responsabilità all’interno del Servizio sanitario nazionale. Al contempo – aggiunge il presidente Siais – ci auguriamo che i fondi destinati all’edilizia sanitaria vengano sempre più erogati per la costruzione di nuove strutture ospedaliere e per mantenere efficienti e sicure quelle già esistenti”.
Anche per l’ingegner Paradiso, “il problema è che si vuole risparmiare, a volte a scapito della sicurezza. Ecco perché andrebbe rivisto il sistema delle gare d’appalto e la logica di aggiudicazione di queste gare. Ad esempio sarebbe necessario eliminare le gare al massimo ribasso, privilegiando invece le offerte tecnicamente migliori e allo stesso tempo più vantaggiose economicamente”.
Dall’indagine, che ha preso in esame 802 ospedali, risalta soprattutto un dato: le strutture più vecchie, risalenti a due secoli fa (74 in totale), si trovano principalmente in Piemonte (16), in Campania (12) e nel Lazio (11). Ben 9 ce ne sono anche in Toscana; 7 nelle Marche; 6 in Emilia Romagna; 5 in Umbria e in Puglia; 2 in Liguria. Del periodo che va dal 1801 al 1900 fanno parte 51 ospedali. Si trovano: 11 in Puglia; 7 in Emilia Romagna e Lombardia; 5 in Piemonte e in Toscana; 4 in Campania; 3 nelle Marche; 2 in Liguria e in Sicilia; 1 in Valle D’Aosta, Friuli Venezia Giulia, Umbria, Lazio e Sardegna.
Nel periodo che va dall’inizio del 1900 al 1940 sono state costruite 158 strutture che ancora fanno parte della rete attiva degli ospedali. Questa la loro distribuzione geografica: 20 in Piemonte; 19 in Emilia Romagna; 16 in Lombardia; 15 in Sicilia e in Liguria; 14 nel Lazio; 12 nelle Marche; 11 in Puglia; 9 in Toscana; 8 in Campania; 6 in Calabria; 4 in Veneto; 2 in Umbria e nella Provincia autonoma di Trento.
Un altro dato che balza agli occhi analizzando la tabella fornita dalla Protezione Civile è quello relativo agli ospedali costruiti negli ultimi venti anni: sono solo 74 (il 9% del totale), di cui circa la metà (33) in Veneto.
“In Italia gli edifici pubblici, soprattutto scuole e ospedali, sono troppo vecchi. In caso di terremoto il rischio crollo di questi edifici è altissimo. Alcuni bisognerebbe metterli a norma, altri invece andrebbero abbattuti e ricostruiti” afferma all’Adnkronos Salute l’archistar Massimiliano Fuksas, commentando la tabella fornita dalla Protezione Civile. I mancati, o i pochi, interventi di ristrutturazione o di ricostruzione dei complessi ospedalieri, per Fuksas non sono legati necessariamente alla scarsità di risorse. O quantomeno non solo. “Il vero problema dell’Italia – sottolinea l’architetto – è la corruzione. E’ questo che porta alla distruzione delle risorse e del bene comune”.
Fuksas, che ha progettato due ospedali in Francia, di cui uno a Parigi, in Italia sembra non trovare ‘spazio’ nel campo dell’edilizia sanitaria. “Non ho le prove – dice – ma è pressoché certo che la progettazione di ospedali e aeroporti sembra una ‘caccia riservata’, per pochi”.
(Adnkronos Salute)
























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