21 giugno 2012 – In Emilia “il quadro attuale e’ di diminuzione del numero e dell’intensita’ delle scosse ma non possiamo dire che la sequenza, seppure in esaurimento, sia finita e non possiamo escludere nuovi eventi isolati, anche di magnitudo elevata”. Ad affermarlo e’ Stefano Gresta, presidente dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, nel corso di un’audizione davanti alla commissione Ambiente della Camera.
“Del resto – ricorda Gresta – sappiamo che nel 1570 l’area fu interessata da un fenomeno di potenza simile, durato diversi anni con scosse molto forti, periodi di relativa calma e nuovi eventi”.
In Emilia “abbiamo avuto due sequenze ravvicinate nel tempo con l’attivazione di due sorgenti – ricorda il presidente dell’Istituto – in un territorio ben conosciuto dal punto di vista geologico e con il coinvolgimento di faglie comprese nei nostri database come potenzialmente attive”, seppure in una fascia di “bassa pericolosita’”: concetto, quest’ultimo, su cui “bisogna intendersi visto che per come e’ concepita la mappa del rischio non significa solo piccoli terremoti ma anche terremoti forti, rari certo, ogni 150-200 anni, ma tutt’altro che impossibili”.
In Italia mediamente “si verificano 10mila scosse l’anno, 2mila soltanto dal 20 maggio a oggi, con la penisola che si sposta progressivamente verso nord sotto la spinta della placca africana”.
Ma datando 2003 la carta della pericolosita’ curata dall’Ingv, “un po’ tutti gli edifici costruiti prima nelle aree sismiche sono stati realizzati senza tenere conto di normative ad hoc.
Il vero problema e’ la vetusta’ del patrimonio edilizio, e non puo’ certo essere affrontato in termini di previsione: se anche fosse possibile sapere che in una certa zona entro un determinato periodo fara’ un terremoto non e’ che aiuterebbe molto se nel frattempo non si interviene sulla messa a norma degli edifici”.
























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