Il Consiglio regionale della prossima legislatura non sarà più composto da 31 membri, come previsto dalla riforma dello statuto approvata appena qualche mese fa, ma da 37. È quanto ha deciso la commissione consiliare che ieri ha varato il progetto di legge sulla incompatibilità tra le cariche di consigliere e di assessore regionale. Se martedì 11 passerà in aula questa modifica, voluta soprattutto dalla maggioranza di centrodestra, gli eletti che verranno chiamati in giunta dovranno lasciare il posto ai primi non eletti della loro circoscrizione. L’operazione costerà alle casse del Consiglio almeno 640mila euro l’anno che la maggioranza intende ricavare operando tagli dal bilancio del Consiglio (ma non dagli stipendi) che è di circa 30 milioni l’anno.
«Inutile lamentarsi di essere etichettati come casta se da casta ci si comporta», è il commento del consigliere regionale di Rifondazione Comunista Maurizio Acerbo. «Ieri, come concordato dalla conferenza dei capigruppo con il solito accordo trasversale è stato licenziato un provvedimento che è una maniera per bypassare la riduzione decisa dal governo Monti del numero dei consiglieri regionali».
Per Acerbo «già era discutibile la riforma montiana che invece di tagliare i privilegi ha ridotto il numero dei privilegiati e ha caricato la riduzione dei costi della politica sulle forze minori», ma ora «la riduzione del numero dei consiglieri innalza le soglie reali di sbarramento e sostanzialmente sfavorisce le formazioni più piccole diminuendo la rappresentatività politica e territoriale del Consiglio».
Acerbo aveva proposto di finanziare l’aumento dei costi degli organi politici diminuendo le indennità di assessori e consiglieri, la stessa posizione di Carlo Costantini (Idv), ma la proposta è stata respinta. «La morale della favola», conclude Acerbo «è che la casta regionale ha deciso di non discutere in consiglio nell’ultima seduta possibile importantissime questioni legate alla legge regionale ma in compenso Convoca un consiglio straordinario per aumentare le poltrone».
Critico (ma non totalmente contrario) è anche il capogruppo del Pd Camillo D’Alessandro: «Non abbiamo partecipato ai lavori della commissione perché dovrà essere pubblico, in aula, il nostro dissenso». D’Alessandro boccia però soprattutto la decisione della commissione di non cancellare del tutto la legge antisindaci, quella cioè che obbliga gli amministratori degli enti locali che vogliono candidarsi in regione a dimettersi tre mesi prima dalla carica.
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Nella modifica approvata in commissione l’obbligo di dimettersi dalle cariche diventa di 60 giorni. Per il Pd questa è la “legge della paura” perché , dice D’Alessandro, «da un lato impedisce ai sindaci di candidarsi costringendoli a dimettersi entro il 14 settembre quando le elezioni potrebbero tenersi a marzo se non addirittura a maggio, mentre dall’altro introduce il principio della incompatibilità tra consigliere ed assessore per aumentare le poltrone ». «Chiodi» conclude D ‘Alessandro «non dice quando si voterà perché la paura fa novanta ma impedisce ai sindaci si candidarsi obbligandoli a dimettersi. Noi siamo per l’abrogazione della legge anti sindaci». Si è persa per strada la proposta della doppia preferenza uomo/donna. Se ne riparlerà nella prossima legislatura. di Antonio De Frenza, da Il Centro |
























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