Sono quasi centomila i bambini colpiti dal terremoto in Emilia, e quasi la metà vive nelle tendopoli. Per sostenerli e aiutarli a ritrovare il sorriso e a smaltire la paura, Save The Children ha aperto quattro Aree a Misura di Bambino.
Sono quasi centomila i bambini colpiti dal terremoto. Abitano nelle province di Ferrara, Modena, Mantova, Bologna, Reggio Emilia e Rovigo e quasi cinquantamila di loro vivono da settimane nelle tendopoli. Tutti hanno subito non solo il trauma delle scosse, ma anche un drastico cambiamento delle loro abitudini e dei loro punti di riferimento. Per sostenerli in questa fase molto delicata delle loro vite, per aiutarli a ritrovare il sorriso e a smaltire la paura, Save The Children ha aperto – grazie al solido sostegno della Fondazione Vodafone – ben quattro Aree a Misura di Bambino a Finale Emilia, Novi di Modena, Concordia sulla Secchia e San Possidonio. Con la guida del Direttore Generale della Onlus, Valerio Neri, siamo andati a scoprire e capire cosa stanno vivendo in questo momento i bambini, cosa provano e di cosa hanno bisogno.
Come si affronta un trauma come quello del terremoto con i bambini?
«Il problema fondamentale è tirare fuori, esprimere. Un trauma è come un dolore forte che, come prima reazione, ci fa stringere i denti. Trattenere è come una piccola rimozione. Ma non vivere la paura fa male, perché la fa rimanere dentro di noi».
Che tipo di sensazione riportano più spesso i bambini?
«La loro paura principale deriva dall’aver visto i genitori terrorizzati: questa è l’esperienza più preoccupante e destabilizzante per un bambino».
E ora come stanno reagendo? Come li avete trovati?
«Sono molto coscienti di come stanno le cose. Ma non si deve dimenticare che i bambini hanno una resilienza molto forte, al contrario degli adulti. Loro sarebbero già pronti a ripartire, però la disperazione e l’angoscia che stanno vivendo i genitori li trattiene, li tira indietro».
Che tipo di operatori avete sul campo?
«Sono educatori, laureati in pedagogia o psicologia specializzati in “educazione informale” aiutano cioè i bambini a gestire emozioni e sensazioni. Praticamente mediano tra quello che è il classico insegnamento e l’aspetto più emotivo».
Quanti anni hanno i bambini che si rivolgono a voi?
«Si va dai quattro anni fino agli adolescenti».
In che cosa consiste il lavoro dei vostri operatori?
«Si occupano principalmente di tirare fuori l’ansia. Poi, a seconda dell’età, usano metodi differenti. Con i più piccoli si fanno giochi di ruolo e disegni, con i più grandi si realizzano filmati o progetti più elaborati sul tema».
I bambini sono disposti a scherzare anche sul terremoto?
«Ricordo che quando abbiamo realizzato un progetto simile a L’Aquila c’erano dei ragazzini che giocavano al terremoto fingendo che la loro casa crollasse e procurandosi ferite per finta. Ecco, quello è un ottimo modo per spegnere la paura».
Che adesione c’è all’iniziativa di Save The Children?
«Ottima. Soprattutto la mattina c’è una grandissima partecipazione, perché le famiglie hanno un disperato bisogno di un servizio del genere. Noi siamo arrivati a Finale a quarantotto ore dalla prima scossa e ora abbiamo 100 bambini per ognuno dei quattro campi».
Avete notato miglioramenti nei ragazzi che frequentano le vostre aree dedicate?
«Sì, in loro sì, mentre gli adulti sono molto disarmati perché le scosse continuano. Per questo è un bene che non passino troppo tempo con i figli. Un piccolo distacco fa bene. L’importante è poi riunire la famiglia la sera».
Cosa fate se mentre siete impegnati nelle vostre attività con i piccoli arriva una scossa?
«Innanzitutto rassicuriamo i bambini che è tutto a posto e che anche la famiglia sta bene, poi facciamo subito un gioco che serva a rielaborare l’esperienza appena vissuta».
Qual è l’errore da non commettere per un genitore che si trova in una situazione di questo tipo?
«La cosa più stupida da fare è credere che il bambino non capisca e non spiegargli cosa stia accadendo, perché altrimenti lui lo fa con le poche informazioni che ha e rischia di avere una percezione distorta della realtà, rischia di percepirla in un modo molto peggiore di quello che è. Il dubbio, l’incertezza sono forieri di ansia, disturbi, ci sono bambini che si mettono a fare la pipì a letto».
Fino a quando resterete in Emilia a lavorare con questi bambini?
«Fino a quando ce ne sarà bisogno».
(da corriere.it)
























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