Camion incendiati. Un’azienda legata a Cosa Nostra già beccata mentre tentava di prendersi gli appalti. Altre quattro con relazioni sospette. Così la malavita vuole far soldi sulla ricostruzione.
di Giovanni Tizian, da L’Espresso – Il 7 novembre è una data importante per i paesi terremotati dell’Emilia: è stata smontata l’ultima tendopoli, testimoniando la volontà di cambiare pagina e passare alla ricostruzione a meno di sei mesi dal sisma. Ma proprio alla vigilia di questo momento simbolico, anche le cosche hanno voluto manifestare la loro presenza: nella notte del 6 a Reggiolo, il centro reggiano più colpito dalle scosse, sono stati incendiati nove camion per il trasporto terra. Un rogo doloso, su cui indagherà la procura antimafia. E che sembra dare corpo all’allarme sull’infiltrazione dei clan nei cantieri del dopo sisma. «Segnali di gruppi che tentano di entrare nell’affare ci sono», osserva Roberto Alfonso, procuratore capo di Bologna: «L’esperienza insegna che laddove arrivano soldi pubblici le organizzazioni mafiose tentano di accaparrarsene una fetta. Lanciare l’allarme è necessario per mettere in guardia».
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Dei sei miliardi previsti per sanare le ferite – inclusi i 670 milioni appena sbloccati dall’Unione europea dopo un braccio di ferro con il governo Monti – ben due e mezzo sono destinati alle abitazioni, tra restauri, demolizioni e condomini da realizzare: il business ideale per la schiera di piccole e medie imprese controllate dalla criminalità organizzata che da oltre un decennio hanno delocalizzato i loro investimenti in queste ricche provincie. Qui i padrini di ‘ndrangheta, Cosa nostra e camorra hanno affidato ai loro uomini di fiducia ditte che non temono la concorrenza. Giancarlo Muzzarelli, assessore regionale alle Attività Produttive e all’edilizia, esterna a “l’Espresso” tutta la sua preoccupazione: «Agli imprenditori ripeto di non fidarsi degli sconosciuti che offrono ribassi che arrivano all’80 per cento». |
E sottolinea: «Le imprese sospette sono già sul territorio. Ci sono arrivate all’orecchio voci di episodi di caporalato e interessamento per piccoli lavori da aziende improvvisate».
L’ATTENTATO. A Reggiolo le scosse hanno lesionato municipio, scuole, negozi e persino l’antica rocca. Ma tutti si sono messi all’opera per superare l’emergenza. Poi le fiamme del 6 novembre hanno trasmesso un segnale sinistro nella notte: una colonna di fuoco che ha trasformato nove camion in carcasse annerite. E’ solo l’ultimo episodio di una escalation incendiaria che porta il timbro dei clan. La Bassa padana attorno a Reggio Emilia appare sempre più come ostaggio della ‘ndrangheta. Capi indiscussi i padrini agghindati da imprenditori della cosca Grande Aracri, proprietari di un impero fondato sull’edilizia e sul movimento terra, l’attività fondamentale di ogni appalto.
Il feudo di cui si sono impossessati – dopo una sanguinosa faida contro gli ex alleati Dragone combattuta tra la Calabria e l’Emilia – si estende da Reggio città a Parma, comprende alcuni paesi del Mantovano, e ha la sua roccaforte tra Brescello, Gualtieri e Reggiolo. Gli investigatori antimafia sono certi della matrice dolosa del rogo, ma non possono ancora ipotizzare un collegamento diretto con i cantieri del dopo terremoto. E rispetto alla ricostruzione dell’Aquila qui i rischi sono addirittura maggiori. «In Emilia la presenza delle mafie è strutturata», conferma il procuratore Alfonso.
L’inchiesta completa di Giovanni Tizian è in edicola da venerdì 16 sull’Espresso.























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