Dalla Conferenza nazionale un quadro impressionante: l’82% dei centri abitati in pericolo idrogeologico. Sotto la lente Calabria, Molise, Basilicata, Umbria, Valle d’Aosta e Trento.
di Simone Cosimi – Nessuno escluso. O quasi. L’ 82 per cento dei Comuni italiani è a rischio idrogeologico. Una delle grandi piaghe del Paese colpisce infatti 6.633 centri abitati mettendo in pericolo 5 milioni di cittadini. Ogni giorno, in particolare nei mesi più ricchi di piogge. Questi i numeri diffusi ieri alla Conferenza nazionale sul rischio idrogeologico, un incontro che ha messo intorno a un tavolo sindaci, associazioni, ordini professionali, tecnici, geologi ed esperti dei più vari campi. Da Legambiente a Coldiretti all’Anci, da Slow Food all’Aiab passando per Federparchi e Touring Club. Obiettivo: fare il punto sulla situazione. E capire da che parte andare.
“L’anno che si è appena concluso ha evidenziato in modo inequivocabile che le conseguenze dei cambiamenti climatici su un territorio reso drammaticamente vulnerabile dall’eccessiva antropizzazione e dalla mancanza di manutenzione, non riguardano solo il futuro del nostro pianeta, ma già oggi costituiscono un elemento da cui non si può più prescindere” hanno spiegato i rappresentanti di Legambiente. Sotto la lente ci sono in particolare alcune Regioni: Calabria, Molise, Basilicata,Umbria. Ma anche Valle d’Aosta e la Provincia di Trento. Qui, il 100 per cento dei Comuni è a rischio, non se ne salva nessuno. Subito dietro arrivano Marche e Liguria (99 per cento) poi Lazio e Toscana (98 per cento). Insomma, il problema, oltre che ambientale, è tutto politico.
Ma per sperare di arginare la piena servono, come sempre, più soldi sul tappeto: in dieci anni le Autorità di bacino, responsabili dei Piani di assetto idrogeologico delle varie zone, hanno destinato agli interventi solo 2 miliardi di euro contro 4,5 appena sufficienti. Poco.
Ecco perché nell’ultimo triennio abbiamo speso un milione di euro al giorno per correre a mettere toppe dove si verificavano problemi. E le aree sono estesissime: parliamo di 29.517 Kmq, il 9,8 per cento del territorio nazionale, un gigante dalle gambe d’argilla. Insomma, abbiamo riparato e continuiamo a farlo, anziché giocare d’anticipo come sarebbe giusto. È il momento di muoversi: “ Con la Conferenza nazionale di oggi – ha spiegato Vittorio Cogliati Dezza, presidente di Legambiente – parte un percorso di lavoro con tante organizzazioni che condividono proposte concrete ed attuabili che porremmo all’attenzione dei candidati premier ed immediatamente dopo al nuovo governo”. Cogliati Dezza ha anche indicato una strada possibile: “Oltre ai meccanismi per trovare le risorse necessarie occorre un forte intervento di semplificazione della giungla di piani territoriali, che a diverso titolo, a oggi dovrebbero sovrintendere alla pianificazione territoriale, e un altrettanto efficace controllo tecnico-scientifico sulla tipologia di interventi che si propongono, per evitare quelli dannosi e controproducenti che ancora abbiamo visto attuare in questi anni”.
La tendenza, infatti, non sembra accennare a interrompersi e la cementificazione viaggia senza sosta: basti pensare che nel 31 per cento dei Comuni a rischio sono spuntati interi quartieri in aree ad alto rischio idrogeologico e solo il 4 per cento è stato delocalizzato: “ Eppure – ha chiuso Cogliati – una buon piano strategico per la mitigazione del rischio idrogeologico rappresenta un grande volano per sviluppare la green economy, l’innovazione tecnologica, nuove politiche di gestione del suolo e delle foreste che darebbero un contributo sostanziale alla riduzione delle emissioni di CO2 e allo sviluppo delle aree interne, a vantaggio del riequilibrio territoriale del Paese”.
fonte: wired.it
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