SISMA IN TOSCANA: ANCORA 60 SFOLLATI IN TENDA, RESTA LA PAURA

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lunigiana_scuolaI soprannomi nascono intorno al tavolone di legno, dove si mangia insieme pranzo e cena da oltre un mese. Concetta, la vecchia pastora, è la “Metronotte”, per quell’abitudine di puntare la torcia in faccia a chiunque si levi dalla branda prima dell’alba. La Graziella è il “Fantasma del campo”, da quando l’hanno vista sgattaiolare fuori dalla tenda in camicia da notte. E Franca è la Maga delle lasagne al forno, il piatto che va per la maggiore quassù, fra gli sfollati del terremoto della Lunigiana.

Sembra che affibbiarsi nomignoli faccia bene all’umore. Ma non basta a esorcizzare la paura. Non fra i 23 abitanti di Regnano che a 32 giorni dalla prima scossa di terremoto vivono ancora nelle tende della protezione civile piantate al campo delle sagre, qualche casa inagibile c’è. Ma non sono le macerie, le strade chiuse e qualche famiglia ancora isolata a trasformare la frazione di Casola in un paese quasi fantasma.

Paura da rientro. La vera emergenza che il sindaco Riccardo Ballerini si troverà ad affrontare fra una decina di giorni, quando i campi di accoglienza verranno smantellati, è il panico da rientro. Forse perfino più grave della mancanza di fondi per la ricostruzione delle case danneggiate: 200 dichiarate inagibili, con 60 famiglie evacuate, 115 persone in tre campi ancora aperti che ospitano circa il 10% della popolazione.

Via dalla Lunigiana. Il problema è che c’è chi pensa di gettare la spugna. Di abbandonare la Lunigiana. Accarezzando un’ipotesi che non si era fatta largo neppure dopo il pesante terremoto del 1995 che aveva devastato interi paesi, senza fiaccare la resistenza della gente.

Ora è diverso. Lo dicono gli occhi di Graziella Bertolucci. Al campo si è fatta notare per un passato di verdure che qualcuno già rimpiange, anche se le tende ancora non sono state smantellate. L’accenno al suo minestrone le strappa un sorriso. Poi rivolge lo sguardo alla figlia Eletta, sordomuta, e la paura torna: «Questa volta temo proprio di non farcela. Non parlo per me. Parlo di mia figlia. Ha una sensibilità particolare: avverte ogni scossa, anche minima. E si terrorizza. Non vuole più entrare in casa. Eppure noi abbiamo anche due stanze in cemento armato che non sono state lesionate: ma lei non ne vuole proprio sapere». Ogni tentativo finora è stato vano. La speranza della mamma è che, vedendo smantellato il campo si convinca «a rientrare in casa. Altrimenti saremo costretti a trasferirci:

andremo a vivere a Marina di Carrara, in un appartamento nel palazzo dove abita un’altra mia figlia. Per me sarebbe un dispiacere perché la nostra vita è qui; Eletta ha anche un lavoro di 18 ore in municipio. Ma se non vuole più entrare in casa non so cosa possiamo fare».


fonte: Il Tirreno