da Le Scienze – Sono passati quattro anni da quella notte del 6 aprile 2009. Erano le 3.32 quando un sisma di magnitudo 6.3 colpiva il capoluogo abruzzese, provocando 308 morti e circa 1600 feriti, e lasciando senza casa 65.000 persone.
Non è certo questa la sede per tornare sull’inadeguatezza degli interventi, sia nell’emergenza sia dopo, o sulle polemiche per il crollo di strutture che, in una zona fortemente sismica, avrebbero dovuto essere costruite per resistere a un terremoto di quell’intensità. E forse nemmeno per sottolineare che dopo quattro anni il centro storico dell’Aquila è ancora un deserto di macerie. Anche se vedremo che questo è tutt’altro che un dettaglio.
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La questione è, semmai, l’impatto psicologico a lungo termine che ha avuto il sisma, e il modo in cui è stato affrontato. Come racconta Ranieri Salvadorini nel servizio di copertina di questo numero, alle ferite lasciate dal terremoto si sono aggiunte quelle di un’eccessiva «militarizzazione» degli interventi di soccorso, che hanno sommato sofferenza a sofferenza, trauma a trauma. Così i dati epidemiologici rivelano che il disturbo post-traumatico da stress colpisce il 10-12 per cento della popolazione aquilana. E se questa patologia, legata alla fase acuta, è in diminuzione, sono invece pericolosamente in aumento i disturbi dell’umore, a cominciare dalla depressione, che contribuiscono tra l’altro a un sensibile aumento del consumo di alcolici e stupefacenti nella popolazione giovanile. Se i traumi psicologici nell’emergenza sono in qualche misura prevedibili – e affrontabili con strumenti adeguati che all’Aquila sembrano essere mancati, almeno in parte – gli effetti a lungo termine sono invece una conseguenza più subdola della disgregazione del tessuto sociale. |
Che affonda senza dubbio le sue radici anche nella scelta di trasferire la popolazione nelle cosiddette New Town, realtà artificiali che dovrebbero avere funzione temporanea e invece sembrano già essere diventate una sistemazione definitiva.
Una città, e tanto più una città italiana, con una storia millenaria, non è solo un luogo dove le persone abitano. È un luogo dove le persone vivono. Dove si intessono relazioni personali e familiari, dove il semplice atto di passare al bar per condividere un caffè è parte di un rituale codificato che consolida l’identità individuale e collettiva. Anche per questo il trasferimento ha prodotto la sofferenza psicologica di un’intera popolazione. Perché la geografia della nostra quotidianità è un pilastro della nostra personalità; dà sicurezza, offre protezione.
Per questo ricostruire L’Aquila doveva essere un imperativo categorico. Perché i suoi cittadini non si sentissero feriti due volte.
























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