COSA RESTA A 6 ANNI DAL TERREMOTO DELL’AQUILA

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Processi, alloggi difettosi, polemiche scientifiche, e il rischio di ricostruire una città fantasma. Ecco alcuni degli strascichi del sisma che aveva colpito l’Abruzzo

laquila_via_XX_settembre_crollidi Simone Valesini, Wired.it – 309 vittime, 1.500 feriti, 60mila sfollati e danni per oltre 10 miliardi: sono questi i numeri del terremoto che il 6 aprile del 2009 ha colpito L’Aquila e i comuni vicini. Numeri imponenti, che non bastano però per descrivere il reale significato che ha avuto la catastrofe per l’Abruzzo e per il nostro Paese. Il sisma infatti ha distrutto una delle più belle città medioevali d’Italia, ha colpito una delle più grandi e vitali università del Centro-Sud, creato un caso scientifico internazionale, e portato a galla l’ennesimo esempio del malaffare e corruzione nel nostro Paese. Una ferita vecchia ormai di sei anni, ma che per certi versi stenta ancora a rimarginarsi. Vediamo alcuni degli strascichi lasciati ancora oggi dal terremoto di sei anni fa.

New town.
All’indomani del Terremoto, l’allora premier Silvio Berlusconi, d’intesa con Guido Bertolaso, annunciò una soluzione lampo per i quasi 20mila abitanti delle zone colpite dal sisma rimasti senza abitazione: le new town. Il progetto Case, o Complessi antisismici eco-compatibili, scintillanti abitazioni a molla (perché dovrebbero poggiare su ammortizzatori antisismici che le isolano dal pericolo di un nuovo terremoto) dotate di ogni comfort che avrebbero restituito una vita normale a chi nel terremoto aveva perso tutto. Peccato che gli edifici costruiti nell’ambito del progetto si siano rivelati da subito autentiche cattedrali nel deserto, con collegamenti e servizi assenti (o quasi), lontane tra loro e dal centro dell’Aquila.

Negli anni successivi le abitazioni ecologiche e ultratecnologiche sbandierate da Bertolaso hanno rivelato inoltre tutti i loro limiti strutturali, nonostante il miliardo di euro (o giù di lì) speso per costruirle. Un report della Commissione Europea ha evidenziato ad esempio gli sprechi e le infiltrazioni mafiose nei cantieri delleC.a.s.e., che hanno fatto lievitare i costi e prodotto palazzi di fattura scadente. Nel 2012, 200 degli ammortizzatori sismici delle cosiddette “case a molla” sono risultati difettosi e quindi da sostituire (negli anni seguenti la cifra è lievitata, arrivando a quota 4.896, cioè tutti quelli istallati, nel corso di un procedimento giudiziario che ha visto condannare ad un anno in primo grado Mauro Dolce responsabile dell’attuazione del progetto Case). I balconi delle palazzine inoltre hanno iniziato a crollare a causa dei materiali di scarsa qualità utilizzati, e per questo oggi molte zone delle new town sono sottoposte a sequestro (anche qui, c’è un’inchiesta aperta con 39 indagati). Chi ci abita inoltre lamenta a tutt’oggi diversi problemi, legati ad infiltrazioni, perdite degli scarichi, allagamenti, pavimenti dissestati e fogne intasate.

Una città fantasma.
L’eredità del sisma si sente ancora oggi dunque, e potrebbe condizionare pesantemente il futuro della città. In un’inchiesta di Repubblica, l’urbanista Georg Frisch, che fino a poco tempo fa coordinava la ricostruzione dell’Aquila, spiega che gli interventi attualmente non esiste un progetto complessivo riguardo a cosa sarà la città in futuro. I criteri scelti all’indomani della tragedia prevedono infatti la ricostruzione della zona esattamente come era prima del terremoto, con tutti i problemi e i difetti esistenti, e senza interventi urbanistici ragionati che aiutino a restituire un’anima alla città. “Il problema cruciale è che la ricostruzione è stata trattata come un affare edilizio, senza considerare che la città ha un assetto diverso dalla somma delle sue case”, racconta Frish nell’articolo. “Inoltre si stanno ricostruendo gli edifici anni Cinquanta e Sessanta adottando il criterio del “dov’era, com’era” e riproducendo esattamente quartieri che si sarebbe potuto migliorare, abbassando l’altezza dei palazzi o attrezzando spazi pubblici. Il “dov’era, com’era” andava limitato al centro storico. Purtroppo non si è ragionato in termini urbanistici, ma, appunto, edilizi. Una città senza spazio pubblico non è una città”.

Anche per i 19 insediamenti del progetto Case la situazione non sembra migliore. Quando chi ci abita oggi avrà nuovamente una casa in cui spostarsi, i palazzi torneranno in mano al comune, che prevede di utilizzarli come residenze per studenti e alloggi a canone concordato. Peccato che il numero di abitanti di queste strutture non sia sufficiente a giustificare il collegamento con un sistema di trasporto pubblico, e per molti esperti si corre quindi il rischio di trasformare la città in un arcipelago di periferie, un agglomerato urbano sparso su un territorio vastissimo e mal collegato, o un città con una novantina di frazioni.

Per ora, gli interventi di ricostruzione nell’area all’interno della cinta muraria dell’Aquila hanno raggiunto solo il 10% del totale, e solo il 3% nelle zone più importante del centro storico. Il sindaco Massimo Cialente ha chiarito di recente che il programma prevede di completare i lavori entro il 2017, stimando però che serviranno ancora almeno 3,5 miliardi oltre ai 4 già previsti, per riuscire a portare a termine l’impresa.

Il processo.
Dopo il terremoto il vicepresidente della protezione civile Bernardo De Bernardinis e i sei scienziati che componevano la Commissione Grandi Rischi finirono nell’occhio del ciclone, colpevoli di aver minimizzato i rischi di un evento sismico imponente (la zona era soggetta da tempo a sciami sismici di lieve entità) e di aver quindi provocato indirettamente la morte di molte persone, rassicurandole e convincendole a non abbandonare le loro case. Dalla vicenda nacque un processo, che si concluse nel 2012 con la condanna dei sette scienziati. La sentenza scatenò immediatamente una bagarre di portata mondiale, spingendo moltissimi scienziati a criticare la giustizia italiana schierandosi dalla parte dei colleghi.

Alla fine il processo d’appello ha dato ragione agli scienziati, assolvendo tutti i membri della commissione grandi rischi tranne De Bernardinis (quello che nei giorni del terremoto invitò gli aquilani a stare tranquilli e bersi un bicchiere di vino), che ha comunque ottenuto una riduzione da sei a due anni della sentenza e la sospensione della pena. La giustizia ha quindi riconosciuto le ragioni della scienza (ammettendo che gli esperti non potevano in alcun modo prevedere la tragedia), e attribuito unicamente alla protezione civile la responsabilità delle scelte fatte nell’affrontare il rischio. Anche nella comunità scientifica comunque c’è chi non ha accolto favorevolmente la sentenza. Francesco Mulargia, sismologo dell’Università di Bologna e attuale membro della Commissione Grandi Rischi, ha spiegato ad esempio su Science che ritiene un errore la decisione dei giudici, basata sull’ipotesi che uno sciame sismico come quello visto prima del terremoto dell’Aquila non potesse giustificare interventi di riduzione del rischio. “È scientificamente falso dire che lo sciame sismico non modifica la probabilità che si presenti un evento grave”, racconta Mulargia nell’articolo. “99 volte su 100 uno sciame non porta ad un terremoto serio, e quindi non si può considerare un precursore deterministico. Ma è comunque un importante segnale di avvertimento”.

In una costola del processo nata nel 2009 anche Guido Bertlaso, allora a capo della protezione civile (e al centro di diverse altre vicende giudiziarie), è ancora indagato per omicidio colposo per la gestione del terremoto dell’Aquila.

fonte: wired.it