TRA RISCHI E RESPONSABILITÀ. DA RIGOPIANO NULLA DI NUOVO (di F. Andreassi)

CONDIVIDI

TRA RISCHI E RESPONSABILITÀ. DA RIGOPIANO NULLA DI NUOVO (di Fabio Andreassi)

23 GEN. – Desidero svolgere alcune riflessioni sui disastri che hanno colpito nuovamente l’Abruzzo, sulle improvvide cautele della Commissione Grandi Rischi che non vuole avere un De Berardinis bis, e sul tema dei rischi (frane, neve, valanghe, sisma).

Per i sapere non esperti, la nozione di rischio diventa cangiante: declinata al passato in forma di mitografia o respinta e scomoda declinazione del futuro, al presente tende a perdere un significato proprio per scivolare nel campo semantico dell’emergenza o dell’allerta. Questa coniugazione produce azioni, nell’unità di spazio-temporale del disastro, che appartengono all’emergenza: depotenziata di un passato irripetibile e di un futuro incerto, si configura quale potente veicolo del potere, avendo liberato le decisioni dalle procedure necessarie per la verifica della opportunità tecnica e del consenso consapevole. Nei “casi di emergenza” si riduce la relazione decisionale con gli abitanti coinvolti; il coordinamento e la gestione assumono forme autoritative e astratte, inconsapevoli della soglia di sopportabilità del rischio da parte delle popolazioni. L’efficienza dell’intervento di prima istanza non corrisponde alla efficacia nella media durata laddove l’azione pubblica non orienta le possibili scelte e non ne supporta i processi attuativi e adattivi.

Ritengo necessario interrogarsi sul significato e sulle modalità di interazione di alcune parole chiave quali cambiamento, collasso, emergenza, allerta, memoria, rischio e la loro eventuale capacità di esplicitare i nessi tra geografia e storia. La relazione tra le nozioni di rischio, allerta e memoria costruisce una figura a geometria variabile la cui composizione definisce i modi e i tempi del cambiamento o del collasso. Il problema è sulla durata della memoria e sul percolato che ne deriva: si tratta di declinare la memoria in base i fatti fisici della città.

La memoria di contesto.

Il contesto fisico può assumere nel tempo forme che consentono di mantenere attiva la memoria, ridefinendosi attraverso modalità rileggibili che narrano eventi trascorsi e segnalano una possibile evenienza. La città di pietra si rimodella mantenendo visibili le tracce di calamità antiche. Le nuove scelte localizzative assumono la consapevolezza del rischio, orientano e circoscrivono le morfologie del territorio insediato.

Figura 1 – Facciata S. Maria Paganica, L’Aquila

Così, a L’Aquila, la facciata della chiesa di S. Maria Paganica (figura 1) consente di rileggere la storia urbana in relazione al rischio sismico: la sopraelevazione della facciata principale rende esplicito e perdurante l’approccio che ha guidato la ricostruzione in epoca barocca i cui interventi si sono realizzati sui resti consolidati della città quattrocentesca distrutta dal sisma del 1703. Gli eventi storici sono trasfigurati nella forma delle pietre attraverso l’accostamento di parti visibilmente differenti. L’intervento barocco di ricostruzione della città è progetto di memoria del contesto artificiale in cui la forma urbana favorisce la memoria sociale. Questo processo si ripropone ogni qualvolta il rischio si deposita nella memoria sociale e viene inserito nell’agenda delle azioni pubbliche commisurate in coerenza con la memoria di contesto.

Gli interventi di consolidamento, realizzati negli anni ’60 del secolo scorso, “dimenticano” le esperienze calamitose rendendo fragili le strutture dell’edificio. E’ questo uno dei casi in cui la perdita di memoria combinata con l’azione pubblica e il sapere esperto favorisce la ciclicità dello stato di emergenza (figura 2).

Figura 2 – S. Maria Paganica, L’Aquila

E ancora. La faglia di Pettino, memoria di contesto fisico naturale e segno di vulnerabilità del territorio, è stata tematizzata nel corso della redazione del PRG aquilano nei primi anni ’70 del secolo scorso: il “riconoscimento” della faglia ha orientato la forma dell’insediamento urbano in relazione al tema del rischio secondo procedure e atti conformativi dell’azione pubblica con norme, regole e vincoli ordinari e straordinari (ope legis). Non a caso l’insediamento non è costruito sulla faglia, ma distante da essa in virtù di “fascia di rispetto” che disegna concettualmente il rischio, così come ci si ritrae rispetto alle esondazioni dei fiumi, alle linee di alta tensione, ma anche verso i valori, penso alle aree archeologiche. Si può discutere sulla estensione della fascia di rispetto, ma comunque penso che questa sia la strada per convivere con il pericolo, in modo rispondere con la consapevolezza culturale a un fatto naturale.

Figura 3 – La faglia di Pettino

La memoria istituzionale.
E’ intesa come insieme di sapere esperto e di azioni pubbliche, trae permanenza ed efficacia dalla qualità della relazione tra i due elementi che, nel caso dell’area di Pettino, è stata composta in maniera virtuosa dall’atto tecnico-amministrativo di governo del territorio.

La memoria sociale.
Mantenuta in vita anche da narrazioni intergenerazionali, tende ad essere rimossa quale catarsi nella pratica del vivere quotidiano. Si riduce pertanto l’efficacia della memoria di contesto che, grazie a un progressivo svuotamento semantico, si ripropone come esclusivo atto formale.

La memoria di contesto, la memoria sociale e la memoria istituzionale possono interagire e produrre azioni efficaci qualora sono in grado di comporsi con lo spazio del rischio.

Queste azioni, tuttavia, sono scarsamente sostenute dalla memoria sociale: gli esiti dei danni, sebbene visibili, col tempo sono letti quali non replicabili. Si consideri, ad esempio, la formazione e l’estensione, anche pianificata, dell’area metropolitana napoletana, nonostante la vicinanza all’antica città di Pompei, per la quale l’eruzione del Vesuvio (1944) e i fenomeni di bradisismo nei Campi Flegrei ripropongono il loro monito.

L’azione pubblica mostra scarsa propensione all’interazione con i saperi esperti, anche a fronte dell’evidente capacità di assolvere ai compiti primari imposti dall’emergenza che tende ad autoalimentarsi fino a stabilizzarsi nel tempo e produrne di nuove, favorendo la riduzione del sistema di controllo sociale nelle trasformazioni fisiche del territorio e dell’efficacia dell’insieme degli strumenti di gestione. L’emergenza in ultima analisi agisce come un potente veicolo di potere e fattore incrementale dell’economia del disastro.

2. Rischio e società

I nuovi paradigmi sociali definiscono un sistema relazionale che interpreta le tecnologie come fonti predittive infallibili e strumenti preventivi e riparativi esaurienti. L’introduzione nelle politiche pubbliche del tema ambientale, già a partire dagli anni ’70, e lo shock di Cernobyl del 1986 rendono complessa la società della comunicazione e la relazione tra i differenti attori. Il tema del rischio umano globalizzato istituisce nuove categorie economiche -la shock economy e l’economia del rischio- e nuove azioni pubbliche preventive: dalla dipendenza nei confronti dell’aiuto pubblico all’assicurabilità del patrimonio privato. Si va attestando un nuovo orientamento finalizzato a controllare e compensare le insicurezze delle popolazioni determinate dalle situazioni di rischio tramite un patto sul rischio. José Torreblanca conferma inoltre la predisposizione, nella società europea, dell’abbandono progressivo del Welfare State nella direzione di una società nella quale “i cittadini dovranno prendersi cura di sé, del proprio entourage e assumersi le proprie responsabilità”. Su questi temi sussidiari, ancora in via di composizione e sebbene annunciati anche in tempi lontani, si possono proporre alcuni elementi di riflessione in merito alle possibili ricadute in caso di rischio e in concomitanza di interventi post shock.

La società europea è stata caratterizzata fino ad oggi da tre patti. Il primo è quello tra le generazioni, da cui gli attuali sistemi pensionistici, formativi e della salute che sono a vantaggio di tutti ma a carico di chi lavora. Il secondo è quello tra le classi sociali, da cui il sistema della tassazione progressiva e le azioni di ridistribuzione del reddito. Il terzo è quello interterritoriale da cui i trasferimenti delle risorse a favore dei territori svantaggiati. In virtù di questi tre cardini in Europa l’azione pubblica ha fornito risposte efficaci in occasione della gestione degli interventi post shock in fase di emergenza a fronte di una evidente inadeguatezza dei provvedimenti diretti alla gestione preventiva del rischio, ovvero alla sua valutazione e alle conseguenti azioni di mitigazione. Pertanto la relazione tra azione pubblica e sapere esperto è difficile e spesso mostra esplicite incoerenze negli esiti. D’altro canto il sapere esperto costruisce la condivisione delle conoscenze con il sapere comune e con la società attraverso retoriche di riduzione della complessità del reale, semplifica le connessioni intrinseche nel sapere medesimo e si propone “all’ascolto” secondo le nuove regole della comunicazione massmediale.

3. Rischio, memoria e sapere esperto disciplinare

In questa sede non si vuole proporre un repertorio esauriente degli interventi realizzati a seguito di importanti eventi calamitosi ovvero ripercorrere nel dettaglio singole biografie di luoghi e le forme tecniche ed istituzionali impiegate nei singoli casi. Si intende piuttosto, attraverso un percorso speditivo, indicare frammenti di senso che aiutino a comprendere alcuni criteri generali di intervento e di ricostruzione nei territori sensibili. Sicuramente il rapporto con la geografia e la storia dei luoghi, seppur in forma di aderenza, di distacco o di oblio inconsapevole, specifica il senso primario: lo spazio, luogo fisico di radicamento ma anche ambiente naturale ad alta pericolosità, e il tempo, memoria di vite e di forme trascorse e progetto per il futuro.

I casi presi in considerazioni riguardano esperienze a partire dal ventesimo secolo, con uno sguardo a Lisbona in virtù del suo ruolo di caposaldo della modernità.

La ricostruzione in situ (riguarda la quasi totalità delle esperienze).

Con il terremoto di Lisbona del 1 novembre 1775, il termine catastrofe esce dall’ambito della drammaturgia ed entra nel linguaggio della vita concreta. Esso non sta ad indicare un funzionamento avverso della natura ma, come scrive Rousseau in una lettera a Voltaire, la catastrofe è il risultato di comportamenti umani. Questo evento, che accade in concomitanza di grandi cambiamenti di paradigmi culturali, segna l’avvio del riconoscimento della responsabilità dell’azione umana. La ricostruzione della città è affidata al Piano di Eugenio dos Santos che nel 1778 propone cinque scenari, tra questi anche quello, non accolto, di trasferimento in un altro sito. Si costruisce una capitale all’altezza del compito che il Paese stava perdendo anche a causa del terremoto, inizio del declino della potenza coloniale portoghese.

In Italia il XX secolo è stato inaugurato dal terremoto di Messina (1908) cui seguono, tra i molti altri, i sismi di Sora e Avezzano (1915). La ricostruzione delle città è occasione per adeguare gli insediamenti ai nuovi criteri prestazionali antisismici e igienico-sanitari. I sono primi definiti nei lavori per le città ideali antisismiche proposte da Giuseppe Torres e dagli studi di Gustavo Giovannoni per il piano di Reggio Calabria. I secondi sono parte di una più complessa cultura urbanistica dell’epoca della quale Giovannoni era il principale esponente.

A seguito degli eventi distruttivi del secondo conflitto mondiale, la ricostruzione delle città storiche non ha un indirizzo univoco. In questa sede si propongono alla riflessione due approcci al tema il cui interesse sta nei modi in cui agisce la storia. A Isernia il Piano di Ricostruzione, redatto nel 1948 e approvato nel 1960, propone di confermare e ampliare i “vuoti” urbani. Successivamente il Piano per il Centro Storico assume partito di operare un risarcimento impiegando la formula del ripristino tipologico, pur assumendo gli aggiustamenti imposti dalle “nuove regole dell’arte”. A seguito del sisma del 1984, gli interventi realizzati con i fondi ad hoc non negano il tempo trascorso e la riscrittura recente dei vuoti urbani che, con le opere realizzate, assumono compiutezza formale e statuto di piazze. La città di Dresda è invece l’estremo superiore del radicamento e paradigma dell’affermazione “dov’era, com’era, con quello che c’era”. Nel laborioso percorso la storia e la geografia si ricompongono a partire da un tempo zero antecedente il disastro bellico per ripristinare la vita e la scena urbana e curare, in qualche modo, le ferite di guerra.

La ricostruzione in altro sito.

La ricostruzione può essere orientata all’avvio di processi delocalizzativi dell’insediamento in forma implicita ovvero definitiva e progettata anche in centri importanti.

A Potenza, a seguito del terremoto del 1980, gli abitanti si riducono di un terzo e si accelerano processi di sostituzione dei residenti. L’uso del territorio rurale per residenze singole o comunque a bassa densità subisce una sensibile accelerazione, anche in considerazione della maggiore sicurezza che gli abitanti riconoscono agli spazi aperti in caso di altri eventuali eventi sismici. Le funzioni centrali sono trasferite dagli edifici danneggiati del centro storico: alcune formalmente in via provvisoria , per altre invece, come per gli Uffici finanziari, si costruisce la nuova sede all’esterno.

Ad Isernia a seguito del terremoto del 1984 si trasferiscono in periferia o in aree agricole inizialmente le funzioni centrali pubbliche e successivamente quelle private, in particolare commerciali. In entrambi i casi secondo esclusivi criteri di fattibilità economico-finanziaria.

A L’Aquila a seguito del sisma del 2009 le aree agricole accolgono sia i consistenti interventi di edilizia residenziale pubblica secondo molteplici insiemi di dimensioni apprezzabili, sia l’edilizia privata secondo interventi puntuali e numerosi di piccole dimensioni. Le funzioni centrali pubbliche accendono alcuni contenitori inutilizzati nelle aree a destinazione produttiva previ interventi di adeguamento degli spazi e secondo intenti di lunga durata o di sistemazione definitiva.

Le strategie implicite avviate in queste città, pur differenti per qualità dei danni subiti e per intensità delle trasformazioni, avviano nei fatti processi di depotenziamento di parti urbane storicamente centrali. Gli interventi si configurano quali acceleratori di cambiamenti successivi, di ricollocazione delle centralità urbane e di localizzazione di nuove parti di città, compatte o disperse. A fronte dell’oblio dei luoghi di antico radicamento si realizza la trasformazione del paesaggio urbano e rurale. Altresì il com’era e dov’era viene assunto come obiettivo non dichiarato in quanto garantista di una bassa litigiosità dell’intero processo di ricostruzione, anche in considerazione del rischio, questo si reale, si chiamare in causa la giustizia amministrativa nella determinazione degli assetti urbanistici e delle soluzioni possibili.

Lo spostamento in altre aree di piccoli insediamenti a seguito di eventi calamitosi è una modalità non rara, in particolare nelle aree interne e montane o, più raramente nelle terre basse di costa o di valle e in epoche non recenti. L’abbandono dell’ambiente naturale ad alta pericolosità corrisponde tuttavia ad un processo di ricostruzione, sovente informale, di lunga durata. In questa sede interessa piuttosto riportare due esperienze per le quali la “ricostruzione delocalizzata” è esito di un progetto unitario del governo centrale.

Il piccolo centro abitato di Salle del Littorio, oggi Salle Nuova, è stato costruito, a partire dal 1936, dopo che le frane del 1915 e soprattutto il terremoto del 1933 avevano reso inagibile l’antico nucleo altomedievale di Salle Vecchia. L’intervento è parte del progetto del regime fascista di costruzione dei Borghi Rurali ed esprime “la dignitosa normalizzazione di un linguaggio semplificato” ed è ancora riconoscibile in quanto tale (figura 4).

Figura 4 – Salle Nuova, Piazza

L’insediamento di Cavallerizzo è interessato il 7 marzo del 2005 da una frana che investe una porzione periferica dell’abitato. Le prime segnalazioni dei movimenti franosi risalgono al 1945-50. La frana interessa un’area pari al 15% dell’insediamento e gli edifici a rischio sono circa il 10% del totale. Malgrado la marginalità del danno, l’avversità della popolazione e le perplessità del sapere esperto circa l’opportunità del trasferimento in un’area a pericolosità idrogeologica di simile valore, la Protezione Civile prende partito di costruire un nuovo insediamento di 260 abitazioni ad un chilometro di distanza.

Figura 5 – L’antico insediamento di Cavallerizzo e Cavallerizzo Nuova

Nel caso di Salle Nuova, come in questo ultimo, si realizza un distacco radicale e irreversibile dai contesti geografici precedentemente abitati. In entrambi i casi decisioni, processi e progetti sono esclusiva facoltà dello Stato centrale e di suoi delegati o incaricati. Se per Salle, pur nell’intento benché modesto di rappresentatività formale del regime, decisioni, processi e progetti si realizzato con un dispositivo comune al contesto storico, la vicenda di Cavallerizzo Nuova si configura come uno stato di eccezione nel quale la norma viene sostituita dalla decisione, ove il vincolo della legge cede il passo a favore di atti emessi dalla autorità statuale. L’azione combinata tra il decadimento della memoria, la distorsione del funzionamento ordinario statuale e la frequenza delle emergenze apre nuovi temi di ricerca sul ruolo che può avere il rischio nella ridefinizione dei paradigmi disciplinari.

Fabio Andreassi

Tratto dall’articolo: “Geografia e storia nei territori sensibili. Rischio, emergenza e memoria: prove di dialogo” di Fabio Andreassi e Ottavia Aristone – Roma Tre  Press, 2015