L’AQUILA, LO SFOGO DI UN GENITORE DEL COTUGNO: ‘NON RESTA CHE ANDARE VIA’

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Più che una lettera aperta, questo è un grido di dolore. Sento e vivo ogni giorno, da genitore aquilano di una studentessa del Cotugno, le problematiche varie che affliggono 1200 studenti, i loro genitori, i loro professori, la didattica.

Ho catalogato gli interventi della carta stampata, della televisione, anche nazionale, risoltisi in microcosmi di notizie passate nei TG e
nulla più. Vedo, però, che il problema non si avvia ad essere risolto.
Anzi, cresce la consapevolezza che i turni pomeridiani del Cotugno non avranno fine se non con la fine dell’anno scolastico. Poi, a settembre,
si vedrà.

Mi chiedo, perlatro, dove siano tutte quelle famiglie che si accingono a far affrontare ai loro figli, dopo le medie, gli studi superiori: pare che a costoro non importi granchè del futuro prossimo. E le iscrizioni al Cotugno si contano sulle dita di una mano.
Mi chiedo, ancora, se sia giusto non disporre di scuole nella città che ha gli edifici più sicuri d’Italia.

La politica si fa già sui banchi di scuola. Vero.
Infatti la politica cittadina è molto presa dalle primarie: se fatte bene, queste, assicurano di poter arrivare al Liceo, che difetta, e quindi delle primarie ci dobbiamo accontentare, nella speranza che crescendo, ci si occupi anche del Liceo.

Alla diffida inviata agli Enti ormai settimane or sono, sottoscritta da 141 (che poi hanno superato i 200) firmatari, NESSUNO ha dato  riscontro (Ministero dell’Istruzione, Provincia, Comune, Prefettura).
Usque tandem abutere, Catilina, patientia nostra?

Non so Voi, ma a me pare assurdo continuare a vivere nel silenzio delle Istituzioni e a dover rinuziare ad un diritto di base,  costituzionalmente protetto e garantito (anche a L’Aquila?), quale è quello dell’istruzione, dispensata, al pari di tutti gli Italiani, al mattino e in un luogo “sicuro”.

E l’obiezione – valida per tutte le stagioni – che gli anche gli altri edifici scolastici aquilani non rispondono alle norme di sicurezza non
mi basta, così come non mi basta il fare spallucce di tutti gli altri cittadini che mandano a scuola i figli al mattino negli altri plessi
come se il problema del Cotugno non riguardasse anche loro.

E’ un problema di una città intera che, dopo otto anni dalla catastrofe, si rende conto di dibattersi in una melma che non ha saputo rimuovere.
Trovo poi carico di ogni abiezione il voler proiettare a domani la ricerca di una soluzione provvisoria in attesa di quella durevole: sarebbe sufficiente una ordinanza sindacale di occupazione di altro immobile (e ce ne sono) dove sistemare il Cotugno, senza pensare più a doppi turni, a smembramenti o – come pure si sente dire – a trasferimenti quotidiani ad Avezzano con navette gratuite con costi a carico del Comune.

Ma ordinanza siffatta equivale ad ammissione di impotenza: vorrebbe dire che in otto anni la città non ha saputo garantire i servizi di base e
che ha preferito mandare a scuola moltissimi giovani in edifici di cartapesta.
Siamo a questo punto, ma va bene a tutti.

Aggiungo (e se sbaglio, per favore, fatemelo notare), ad esempio, che in un anno e mezzo dalla ristrutturazione del Tribunale di Via XX
Settembre, non abbiamo mai fatto una prova di evacuazione e che le scale esterne di sicurezza portano in spiazzi chiusi da cancelli, oltre i
quali c’è ancora un cantiere aperto. Mi pare che il terremoto del 2009 ci abbia insegnato poco.

Non resta che andare via. Non resta che iscriverci ad altri Licei, mentre qui i politici litigano per le primarie: tranquilli, per quelle ci sono i MUSP, che sono sicurissimi.

Avvocato Fabrizio Lazzaro