ALLUVIONI IN ITALIA: ECCO QUALI SONO LE COLPE DELL’EDILIZIA

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Non è stato il solo maltempo a provocare il disastro in alcune regioni italiane. La Natura è stata solo la scintilla che ha innescato una vera e propria bomba a orologeria costruita, seppur inconsapevolmente, dall’uomo. Sappiamo infatti che nel nostro paese sono 6.643 i comuni a rischio idrogeologico, l’82 per cento del totale. “Nonostante questo, non c’è un piano urbanistico che tenga conto della mappatura del rischio idrogeologico”, denuncia Francesca Ottaviani, responsabile di Operazione Fiumi, la campagna di Legambiente e del Dipartimento della Protezione Civile dedicata al rischio idrogeologico nel Paese.

E non è solo una questione di abusivismo, ma è l’andamento stesso del processo di urbanizzazione a mettere in ginocchio città e piccoli centri di fronte ai sempre più frequenti rovesci torrenziali. A guidare la classifica della cementificazione sono Lombardia, Veneto e Campania con una percentuale di superfici artificiali che si stima rispettivamente intorno al 14, l’11 e il 10,7 per cento. Seguono Lazio ed Emilia con il 9. Se aumenta l’asfalto aumenta la superficie impermeabile e se aumenta la superficie impermeabile aumenta il rischio di frane e alluvioni. “ Se poi consideriamo che i processi di antropizzazione del suolo portati avanti negli ultimi decenni si sono concentrati in maniera indiscriminata proprio lungo i corsi fluviali, non devono stupirele le tragiche scene a cui purtroppo abbiamo dovuto assistere in questi gironi”, dice Ottaviani.

Il punto debole del sistema idrogeologico italiano è rappresentato soprattutto dal cosiddetto reticolo geografico minore, solo apparentemente meno preoccupante e per questo bersaglio preferito per costruzioni regolari e non . “Anche lungo questi corsi – spiega Ottaviani – si è massicciamente costruito, il che è stato un errore gravissimo perché se è vero che i torrenti nel corso dell’anno sono in secca o comunque hanno una portata piccolissima, è vero anche che in presenza di precipitazioni importanti essi amplificano in modo esponenziale portata e rischi. Non è possibile stupirsi ora di cose in sé molto semplici”. Non è possibile eppure gli enti territoriali sono sistematicamente in ritardo rispetto ai monitoraggi idrogeologici. “I piani urbanistici – precisa l’esperta – ne tengono conto come se si trattasse di indicazioni facoltative, siamo in presenza di un gestione delle acque a dir poco irrazionale”.

Anche il Wwf e il Fai puntano l’indice contro Comuni, Provincie e Regioni. “E’ inoltre il caso di ricordare – dicono in una nota –  che in questi ultimi anni in Italia si è completamente abbandonata qualsiasi azione strutturata per la difesa del suolo: le autorità di bacino, istituite con la preveggente legge 183/89, sono state delegittimate, i Piani di assetto idrogeologico che obbligavano i comuni a considerare il rischio nei loro territori sono stati accantonati e le direttive europee sulle acque (2000/60/Ce) o sul rischio alluvionale (2007/60/Ce) sono ‘lettere inevase’ di uno Stato sempre più lontano dall’Europa”.

Anche un altro rapporto realizzato sempre da Legambiente, in collaborazione con l’ INU, l’Istituto Nazionale di Urbanistica, il rapporto Ambiente Italia 2011, presenta cifre eloquenti: nel Belpaese il cemento invade 2 milioni e 350.000 ettari, il 7,6 per cento del territorio nazionale, ovvero  415 metri quadri per abitante. Questo per quel che concerne le costruzioni regolari. Se passiamo all’abusivismo le cose diventano ancora più fosche. Solo in Campania, che detiene il primato del mattone illegale, si calcola che negli ultimi 10 anni siano sorte 60mila case abusive. In pratica un’intera città.

A porre il sigillo su una situazione idrogeologicamente, oltre che legalmente e moralmente, insostenibile è Francesco Peduto, presidente dell’ Ordine dei Geologi della Campania. “Ancora una volta accusiamo la mancanza di manutenzione e di reali azioni di prevenzione pre -evento. Con i nostri legali stiamo valutando di costituirci parte civile nei vari processi per disastro colposo che seguono le diverse sciagure che si susseguono. Accusiamo la mancanza  – spiega – di piani di protezione civile realmente operativi e di piani di emergenza nelle zone ad elevato rischio, previsti dalle normative di settore vigenti, per cui ad ogni tragedia non si sa chi doveva fare cosa e chi è responsabile di cosa. Nel nostro Paese, purtroppo, nel campo della difesa del suolo, si sommano le carenze normative all’inerzia ed agli inadempimenti delle pubbliche amministrazioni e, sia a livello nazionale che regionale il quadro normativo nel settore non è ancora coerente con gli obiettivi di una moderna politica di salvaguardia e tutela dal dissesto idrogeologico”.

[da wired.it]