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Il terremoto che distrusse L’Aquila il 2 Febbraio 1703, giorno della Candelora, è stato generato dalla faglia del Monte Marine, a ridosso di Pizzoli e Barete.
In seguito agli studi svolti sugli effetti del sisma è stato stimato che la magnitudo del terremoto sia stata di circa 6.7 gradi della scala Richter, il che lo rende il più forte terremoto noto alle fonti storiche che abbia interessato il settore aquilano dell’Appennino centrale.
Forti danneggiamenti a nord di L’Aquila e in particolare ad Arischia, Pizzoli e Barete cui è stata attribuita l’intensità X della scala Mercalli-Cancani-Sieberg (MCS). L’Aquila venne praticamente rasa al suolo, con danni gravissimi per quel che riguarda il patrimonio artistico e architettonico del capoluogo abruzzese, e le vittime furono oltre 6.000.
Le indagini geologiche condotte sulla faglia del terremoto del 1703 hanno evidenziato che per eventi di simile magnitudo, originati dalla medesima faglia, il tempo di ricorrenza è verosimilmente superiore al millennio.
Le stratigrafie archeologiche suggeriscono che il grande evento precedente al 1703 possa essere avvenuto nel IV o nel V secolo d.C. Ecco perché sembra oggi poco probabile la prossima occorrenza di un terremoto analogo a quello del 1703, cioè di un terremoto di pari magnitudo legato all’attivazione della medesima sorgente sismogenetica che generò quell’evento [fonte: Galadini / Pantosti di INGV Terremoti].
La storia in effetti ci dice che nel 1703 in pochi giorni avvennero più terremoti distruttivi, a cominciare dal 14 gennaio, quando un fortissimo terremoto, con magnitudo Mw 6.7, interessò l’Umbria meridionale, il Lazio e la parte più settentrionale dell’Abruzzo, distruggendo Cittareale e Norcia, per finire con il terremoto del 2 febbraio che colpì L’Aquila.
La rilettura della storia fa emergere che anche trecento anni fa la discussione tipica del dopo-terremoto sulla possibilità di prevedere i terremoti fu ricorrente. Al proposito basta leggere Anton Ludovico Antinori, il grande storico aquilano del Settecento: “Niuno però presagì prima dell’avvenimento quello, che dopo l’avvenimento di poter naturalmente presagire dicevano quasi tutti”.
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fonti:
INGV Terremoti (Fabrizio Galadini, Daniela Pantosti)
Wikipedia























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